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LETTERE DI S. MADDALENA DI CANOSSA
ALLA CONTESSA CAROLINA DURINI |
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Carissima Amica
Giacché mi si presenta un'occasione sicura per farvi avere una mia lettera, non voglio trascurarla, Mia Amatissima Amica. Non vi posso dire quanto mi sia costato il dividermi da voi, e quanto io sia in pena, per essere voi partita in uno stato dubbio di salute. Mi vado lusingando di ricevere qualche vostra nuova di momento in momento, questa servirebbe almeno da calmarmi sul vostro stato, ed a mitigare il dispiacere, che provo, di non avervi più vicina. Mi perdonerete, se ieri mattina non sono venuta come vi avevo quasi di certo promesso, ma per una parte non mi è stato possibile, e per l’altra, la mia piccola virtù non resiste troppo ai congedi, e vi confesso che anche nello scrivervi non posso trattenere le lacrime. In somma, Mia Cara Carolina, io avrò un motivo di più da considerare, che nel mondo ogni cosa più cara conviene lasciarla, e mi consolerò nell'idea, che verrà un giorno nel quale io spero che saremo eternamente unite. Vi ho scritto un'altra lettera, colla lusinga che non la riceviate, in occasione che mio Fratello, ha dovuto questa mattina portarsi alla nostra villeggiatura, la quale non è molto distante dalle Mozze Canne e siccome ieri il vostro padrone di casa mi ha detto che siete partita colla febbre, sul timore che non aveste potuto continuare il viaggio, avrei voluto almeno servirvi in qualche modo. Neppure di questa non so ancora niente, ma domani ne avrò forse riscontro. Intanto vi dirò che oggi ho cominciato ad adempiere le vostre commissioni. Sono stata dalla Nicolini alle Terese, e mi ha promesso di fare anche di più di quel che volevate. Domani o dopo domani anderò all'ospitale, dirò quello che siamo intese alla Merli e vi saprò dire l'esito della Piemontese.
Riguardo alla mia casa tutto è sul piede come quando ci siamo parlate, vedremo la definizione. Ho riflettuto su quello che m'avete detto, dal desiderio della Viscontina, che si stabilissero qui pure le
Quarant' Ore, prima di venire a fare qualche tentativo, con tutto vostro comodo, vi prego di dirmi con qual metodo si fanno a Milano. Quanti giorni cioè durano per Chiesa, se è la Parrocchia che supplisce alle spese oppure qualche Compagnia, e se c'entrano anche le chiese delle Monache. Un'altra volta vi renderò poi conto del rimanente.
Tutta la mia famiglia vi presenta i suoi complimenti, fate aggradire i miei doveri al Signor Conte
alla Marchesa Arconati e Visconti. Alla signora Checca mille saluti. La mia Stella, Luigi, tutti vi baciano le mani e pregano per voi. State quieta che sarà mio pensiero a farvi fare delle orazioni. Per me poi, cara la mia Carolina, non so più che aggiungere dopo tutti i nostri patti. Siate a Verona, o siate anche nel Polo il mio affetto, e la mia amicizia non cangieranno mai. Ricordatevi parlando dei nostri affari, eccetto che colla Marchesa Arconati, di nominarmi meno che sia possibile, e quando la Gloria d'Iddio non richiede altrimenti, parlatene dicendo come d'una terza persona.
Addio Mia Carissima Amica, amatemi e credetemi di voi Carissima Amica
Ubb.ma Obb.ma
Verona 10 novembre 1800 Aff.ma Amica
Maddalena di Canossa
PS. Ci siamo dimenticate l'orazione della Santissima Vergine, ve l'accludo, che forse potrà servire per le Figlie del vostro Don Carlo. Addio Cara di nuovo.
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Amatissima Amica
Benché non sia ancora certa, se il corso della posta sia liberamente rimosso, vi voglio però scrivere, mia cara Carolina, lusingandomi in ogni caso, che qualche uffiziale del Generale Brune che è alloggiato in casa mia vi farà giungere questa lettera. Prima di tutto vi dirò, che grazie al Signore, sto bene; e che lo stesso è di tutta la mia famiglia eccettuato il Signor Zio Borgia, il quale da circa due mesi è attaccato dai suoi incomodi prodotti dall'età. Avete fatto molto bene a ritornare a Milano, immaginandomi che non siate molto trasportata per le sbarre dei cannoni. Abbiamo continuato otto in dieci giorni a goderne la sinfonia ed una mattina abbiamo avuto anche una pioggia di bombe, granate e simili. Vi accerto con tutta sincerità, mia cara amica, che non ne ho punto sofferto. Non vi dirò che non abbia avuto del timore, ma questo è passato ed ora sto veramente bene. Tutte le nostre conoscenze sono pure state preservate da ogni disgrazia. State dunque quieta per noi e raccomandateci al Signore, che non manchiamo tutti di farlo per voi. I Francesi sono tranquillamente entrati in Verona la mattina del tre. Vi dico tutte queste cose perché conosco il vostro cuore e so che sarete stata agitata per me. Coll'ordinario venturo vi parlerò di tutto il rimanente dei nostri affari.
Scrivetemi più presto che sia possibile, aggradite i complimenti di tutti, presentate i miei al Signor Conte vostro marito, ed alle Marchese Arconati e Visconti. Salutate tanto la Signora Checca e siate persuasa che non m'è possibile di spiegarvi quanto vi amo e qual sia la mia amicizia per voi. Addio Cara v'abbraccio, e sono in somma fretta
di Voi Amatissima Amica
La Vostra Aff.ma Amica
Maddalena
Verona 7 gennaio 1801
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Amatissima Carolina
Verona 20 gennaio 1801
Non vi posso spiegare, Mia Cara Amica, quale sia stato il mio piacere di potere finalmente sapere le vostre nuove, e di poterle sapere da un testimonio di veduta al quale ho potuto domandare lo stato della vostra salute e l'esito del vostro viaggio. Sarei stata troppo contenta se egli non avesse perduta la lettera, che m'avevate scritto, ma a questa spero rimedierete subito che la posta sarà rimessa in corso, come mi lusingo la sarà a momenti. Vi ringrazio infinitamente della veletta, notate il mio debito come siamo intese. Questa è la terza lettera che vi scrivo, dopo che i Francesi sono in Verona, senza che nessuna vi sia giunta. La prima ve la scrissi tre giorni dopo il loro ingresso e questa forse la riceverete dopo che avrà ben dormito in posta. In essa vi diceva, come ora vi confermo, che noi tutti stavamo bene, che nessuna delle. nostre conoscenze aveva sofferto personalmente nelle passate vicende, e ch'io, eccettuata qualche ora di timore quando si battevano, particolarmente in faccia alle finestre dell'Adige, me la sono passata bene. La seconda lettera poi l'aveva preparata, e non vedendo risposta della prima, pensava di spedirvela o col mezzo di qualche Uffiziale francese, o di una qualche altra occasione particolare, ma questa l'ho abbracciata, e supplirò colla presente. Gran fatto mia cara Carolina, giacché non possiamo essere vicine, che almeno non possiamo scriverci quando vogliamo. In mezzo al cannonamento nessuna idea mi consolava quanto quella che avressimo potuto liberamente carteggiare, e che avrei potuto trattenermi qualche poco con voi. Vi debbo portare mille complimenti di tutta la mia famiglia, di mia sorella Orti, di Don Carlo, di Don Pietro Leonardi, in somma di tutti quelli con chi vi potete imaginare, che parlo di voi. La Stella vi bacia le mani. Presentate i miei doveri al Signor Conte vostro Marito ed alle Marchese Arconati e Visconti. Salutate tanto la signora Checca e raccomandateci tutti al Signore, che v'accerto noi lo facciamo ogni giorno per voi. Se sapeste quante volte, perché conosco il vostro cuore, quando eravamo in mezzo alle cannonate, e quando venivano le granate, e le bombe in città io diceva, povera la mia Durini, in che pena sarà per noi, quanto pregherà il Signore che non ci succedano disgrazie, come di fatti non ce ne sono succedute. Egli è tempo che finisca tante parole, e che vi dica qualche cosa dei nostri affari, che altrimenti non finisco mai più, sempre parendomi di parlare con voi. In primo luogo vi dirò della vostra Piemontese, la quale subito dopo la vostra partenza, è andata all'ospitale. Non vi so poi dire di più, essendo qualche tempo, che non mi è possibile d'andarci. La Pellegrina ha finito con una santa morte le sue pene. La Metilde è stata gravemente ammalata, ma adesso si rimette. La Congregazione dei Religiosi dell'Ospitale dopo il ritorno di Don Pietro in buona salute, è rianimata, aumentata e ristabilita. Se siete dello stesso genio come mi dicevate, mi farò dare le loro regole, le copierò e ve le manderò. Datemi anche di ciò una qualche risposta. La raccolta dei poveri ragazzi è cominciata con due o tre; Don Pietro è dispostissimo a prendere quel ragazzino d'otto anni, del quale abbiamo parlato che imparava il mestiere di rubare in Piazza Navona. Di questo datemi un qualche indirizzo per trovarlo non potendo servirmi di quello dei Marchesi Roma, per essere di qui partiti. Riguardo a me, Cara la Mia Carolina, non sono tanto buona come Don Pietro. Ho bensì io pure cominciato colle mie ragazze, ma la mia compagna sin'ora non ne ha presso di lei che due non avendo potuto cangiar casa. Di questo e del rimanente vi parlerò un'altra volta. Addio, Mia Cara amica, sono e sarò sempre tutta vostra.
Di voi Amatissima Carolina
Vostra Obbl.ma Aff.ma Amica
Maddalena di Canossa
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Carissima Amica
Lode al Cielo, ho finalmente ricevuto due vostre desideratissime lettere, Mia Amatissima Amica, una in data dei 14 novembre: scritta appena io credo che eravate giunta a Milano e l'altra in data dei 21 gennaio. Da questa ultima, ho il contento di sentirmi confermate le buone nuove della vostra salute, che aveva sentite dal vostro cocchiere. Io pure sto sufficientemente bene, ma per non perdere come sapete, il mio antico uso d'aver sempre ammalati, ho il Signor zio Borgia, che invece di rimettersi va peggiorando, e molto temo possa incontrare un male cronico che porti poi delle conseguenze fatali. Mia cara Carolina, raccomandatelo al Signore.
Nell'ultima mia lettera vi ho dato notizia dei Religiosi dell'Ospitale e dei ragazzi, in questa poi vi dirò qual sia la situazione dell'affare delle mie ragazze. Per mille combinazioni non è stato possibile, che quella mia compagna a voi nota passi ad abitare la Casa che aveva preso in affitto prima della vostra partenza, ho dunque dato alla stessa in casa sua quella mia ragazza che conoscete, e l'altra dell'Orti l'ho presa con me, e l'ho trovata di una bontà indicibile. Quando poi i Francesi gettavano le bombe in città, essendone cadute tre intorno alla nostra casa, l'ho mandata anch'essa dalla mia compagna, e così intanto abbiamo cominciato con queste due. La piccolina è ancora dov'era, adesso sono in trattato d'una casa assai opportuna, quasi dirimpetto alla Chiesa dei Filippini, la cosa è quasi conchiusa, e vorrei lusingarmi finalmente tutto, per la spirituale assistenza di queste ragazze sotto la condotta di quella Pia Congregazione, sperando d'appoggiarle a quei buoni Religiosi. Vi dirò poi di più, che sono contentissima della mia compagna e del modo con cui mi tiene le due ragazze. In seguito vi ragguaglierò di quanto andrà succedendo; dalla SS. ma Vergine quest'opera deve avere il suo accrescimento. Sto in attenzione di quanto mi dite di scrivermi nell'ultima vostra. Mia Cara Carolina, facciamoci coraggio ambedue, e tutto aspettiamo dalla Divina Misericordia. Ho parlato l'altro giorno con Don Pietro Leonardi, il qual’è pieno d'uno zelo il più ardente.
Gli ho detto una parola sulle Regole dei Religiosi dell'Ospitale, egli mi disse che il vostro ottimo Arcivescovo le aveva anch'esso domandate a Don Giuseppe Cristofoli ma che prima di darle volevano ripulirle, riordinarle, e colla pratica sempre più migliorarle, ma mi aggiunse che se mai vi premessero le darà quali sono alla meglio che sia possibile. Io dipendo dunque da voi.
Cara Amica credo avervi detto bastantemente sull'articolo affari anche per questa volta. Tutte le nostre amicizie mi commettono tanti complimenti per voi. Fate lo stesso per parte mia con il Signor Conte, colla Marchesa Arconati, della quale non mi parlate mai, e colla Marchesa Viscontina. La Metilde si alza già da letto, onde la mia Avanguardia è salvata anche per questa volta. Se volesse badarmi quando vi scrivo, non finirei più, cara la mia Durini, oh Dio se potesse farmi in un uccello, quanto spesso farei la strada di Milano; ma ci vuole pazienza. Conservatemi il vostro affetto e la vostra amicizia, e siate persuasa che a me sarebbe impossibile d'avere più attaccamento di quello che ho alla vostra persona, e che di vero cuore sono tutta vostra. Salutate la Signora Checca, Addio.
Verona 29 gennaio 1801 Aff.ma Obbl.ma Amica
Maddalena di Canossa
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Amatissima amica
Verona 3 febbraio 1801
Dalla vostra ultima Carissima lettera parmi rilevare che poche delle nostre lettere si siano smarrite. Cinque, voi mi dite d'avermene scritte cara Carolina, tre ne ho ricevuto dopo che i Francesi sono qui, ed una l'ho ricevuta da Cremona dopo la vostra partenza. Quella sola del vostro cocchiere sarebbe perduta. Delle mie una, che temo si sia smarrita, è quella che ho consegnato al Marchese Durazzo poco dopo la vostra partenza. Parliamo adesso del presente, cara amica, ed approfittiamo della libertà di scriverci giacche l'abbiamo. Non vi sgomentite se vi dico che questa volta vi scrivo dal letto. Grazie a Dio, vi posso assicurare, che eccettuata della debolezza, altro non mi resta della mia malattia, la quale è durata tre giorni. Già sapete che di questa stagione spesso mi ammalo, m'è venuta della febbre, e con due emissioni di sangue, è anche partita. Spero dopo domani d'alzarmi, onde vi prego di non agitarvi niente per me, che lo fareste senza fondamento.
Non potete credere quanto vi compatisca per la pena in cui siete, Mia Cara Carolina. A dirvi il vero dalla vostra lettera in data del 2 gennaio, m'aveva già ideato che foste abbattuta da qualche afflizione; tutt'altra però di quella che è.
L'anno scorso mi sono io pure trovata nella vostra situazione, avendosi il Signore tirato in Paradiso quel Religioso che m'aveva assistito dal tempo che doveva farmi Scalza, e al momento d'intraprendere tanti nuovi progetti come sapete. Vi confesso che è stata una grave perdita anche per me, ma assicuratevi, che non ne risentiremo nessunissimo danno. Dio saprà supplire a tutto, e quand'anche dovesse costarvi un poco d'agitazione, vedrete che ve ne manderà un altro sufficiente pel vostro bisogno. Vi prometto, Cara Amica, di fare e di far fare alla SS. ma Vergine una qualche particolar devozione a questo effetto, bramando la vostra quiete quanto la mia. Fate al mio modo, non vi partite da Maria e state certa che rimedierà a tutto. Perdonate al mio affetto se mi sono un poco dilungata su quest'articolo, ma cosa volete, non so dacché sono al mondo, d'aver avuto per nessuno l'amicizia che ho per voi, e vorrei pure sollevarvi in qualche modo. Il Signor zio Borgia sta meglio, tutti vi fanno mille complimenti al solito. Riceverete unita a questa, la risposta del Padre Giambattista per la nostra Viscontina, alla quale farete i miei complimenti, come pure alla Marchesa Arconati ed a vostro marito. Ho piacere che il noto Piano abbia incontrato a vostra sorella ed al Signor Don Pallazzi, se ha da riuscire di Gloria d'Iddio.
Intanto, cara Durini, che la Pace si pubblichi con certezza e si eseguisca, pregheremo sempre più il Signore di farci conoscere la sua santissima Volontà. lo sono sempre della medesima opinione d'andare in qualunque luogo egli mi voglia. Vedremo anche qui come si stabiliranno le cose. Un'altra volta vi parlerò d'una certa Compagnia, che pare il Signore abbia disposto per sostentamento delle mie ragazze, la quale potrebbe forse essere utile anche a Milano. Vado leggendo San Francesco di Sales e le opere della santa di Chantal, di questo pure parleremo un’altra volta. Il trattato per la Casa dei Filippini non è ancora concluso, perché come sapete, ci debbono essere sempre delle contrarietà, ma credo di certo si farà nella ventura settimana. Questa lettera l'ho cominciata addì 3 e la finisco la mattina dei 5. Posso sinceramente assicurarvi che sono guarita ed oggi m'alzo da letto. Addio Cara, state allegra, qui si tiene la Pace certa. Amatemi quanto vi amo, sono di cuore abbracciandovi.
Addio.
Di Voi Amatissima Amica
Aff.ma Obbl.ma Amica
Maddalena
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Amatissima Amica (senza data)
Eccomi in piedi Cara Carolina, sufficientemente rimessa del passato incomodo, ma debole alquanto forse per i salassi. Già i miei mali fanno giusto da ridere. Il signor Zio Borgia si va difendendo, chi sa che colla buona stagione egli non migliori. Ho mille cose da dirvi e non so da quale cominciare. In primo luogo vi dirò che quella certa assistente degli ammalati, che a voi sembrava così brava, è disposta a seguire la sua vocazione, purché il Signore gliene apra la strada. Ma altresì dice che siccome sa che voi l'amate molto, così dubita che i vostri occhi abbiano giudicato più secondo il vostro cuore, che secondo quello che era in effetto, riguardo la sua abilità. Pure qualunque siasi, desidererebbe impiegarla tutta in questa messe se potesse. Vedremo anche su questo le divine disposizioni.
Cara la Mia Amica, io vi vedo molto turbata, molto angustiata. Quanto mai bramerei d'esservi vicina. Non vi sarei pur troppo di veruna utilità, ma parmi che vi vorrei consolare. Voi tenete il vostro povero cuore, che è così buono, tanto oppresso, che vi confesso mi fa compassione. Se potessi almeno chiudere in questa lettera due sole oncie d'aria di Montebaldo di cui abbondiamo tanto, servirebbe a svagarvi un poco. Per carità fatevi coraggio, voi vi martirizzate senza ragione. Abbiamo da fare con chi è Bontà infinita, non ci darà veleno per pane. State più allegra che potete. Vedo bene che mi risponderete che non dipende da voi; fatelo almeno quanto vi è possibile. Se le vostre angustie potessero spedirsi, come si spedisce il velo da festa, vorrei che trovaste un'occasione da mandarmele, nel modo che m'avete favorito anche del velo. Mi contenterei d'averle io se potessi sollevare voi. Veniamo adesso alle nostre ragazze. La Casa dei Filippini è ancora in trattato, ma per molte circostanze nulla si è potuto ancora definire. Il maggior ostacolo io l'attribuisco alle solite contrarietà indispensabili compagne di queste tali opere, benché piccolissime. Con sommo contento ho sentito dalla vostra ultima cara lettera, che le ragazze, cioè la scuola ove sono le ragazze della Marchesa Arconati prosegua prosperamente. La difficoltà per la sussistenza, è male generale in questi momenti, ma io direi da poco considerarsi perché già il Signore non mancherà. Sentite un'idea venuta qui, la quale si è appena cominciata a mettere in esecuzione, sin'ora con successo, per quanto lo permettono le circostanze, e che come vi dissi nell'ultima mia lettera sarebbe forse fattibile anche in Milano, o per le ragazze, o per quelle Figlie della Carità, che parmi mi diceste, vostra sorella aveva intenzione d'istituire. Per intelligenza della cosa conviene in primo luogo che vi dica aver noi una moneta ideale, non già effettiva che chiamasi Ducato e questo formato di Lire nostre sei, e quattro soldi. E quando qui parliamo semplicemente di Ducati senza specificare Ducato Veneto, il quale c'è effettivo, e vale lire otto, s'intende sempre dei primi. Si è dunque cominciato ad istituire una Compagnia di persone ognuna delle quali dà l'elemosina di tre soldi alla settimana. In fine all'anno questa forma la summa di Lire sette, soldi sedeci moneta nostra. Si pensava di trattenere per le ragazze un Ducato da sei e quattro all'anno, ed il rimanente servirsene per fare un regalo ad un qualche povero Religioso, che andasse a raccogliere questa elemosina. Avvertite che questa è una Compagnia privata, e che la piccolezza dell'offerta ha fatto che molte persone si sono ascritte. La Metilde mi ha trovato un religioso che va a raccogliere l'elemosina per carità. Voi vedete che, se mi riesce di trovare mille persone, ho mille Ducati. Allora i nomi si scrivono per alfabeto, divisi per Parrocchie, e troverò un Religioso per Parrocchia che li raccolga. Finirò il resto un'altra volta, perché la posta parte e temo che stiate in pena se non vedete lettere. Addio Cara, sono tutta vostra
La Vostra Maddalena
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Amatissima Amica
Verona 15 febbraio 1801
Comincio oggi a scrivervi Mia Carissima Carolina, per aver tempo da potervi dire tutto un poco al giorno, non essendomi possibile farlo seguitamente. Avete fatto molto bene a scrivermi per la posta, altrimenti la settimana scorsa sarei stata priva del contenuto dei vostri a me tanto cari caratteri, non avendo ancora veduto l'altra lettera, la quale mi dite d'avermi spedita per occasione straordinaria. Io sto benissimo e sono affatto rimessa delle mie gran malattie, che già come vi dissi fanno da ridere. Vi ringrazio dell'interesse che prendete per la mia salute, che in verità non lo merita per nessun titolo. V'assicuro ch'essa è ottima.
Nell'ultima lettera che vi scrissi, avrete trovata la descrizione della Compagnia per le mie ragazze. Per la mancanza del tempo non ho potuto aggiungervi alcune piccole osservazioni, le quali sono queste. Che l'offerta è veramente piccolissima, ma che a me sembrò più facile e più addattata alle attuali critiche circostanze, non essendoci quasi direi persona, la quale non possa senza incomodarsi dare tre soldi alla settimana. Ho anche bramato di fissare che venga raccolta ogni settimana per mantenere viva la memoria negli associati, e perché lasciando passare varie settimane, non incomodi poi a darla unicamente. Nel formare peraltro il Libro si è avvertito, di fare alcune righe come avvete anche a Milano nei Cataloghi delle Dottrine, perché se ci fosse qualche persona che volesse pagare di mese in mese, lo possa fare, ed anche d'anno in anno se vuole. Forse mi direte che queste compagnie erano state proibite da voi, ma trattandosi di compagnie private nessun Governo le proibisce, molto meno il nostro presente ch'è quello della Libertà. Vi dico tutto ciò mia Cara Amica, solo per dirvi tutto, ben sapendo che i paesi sono vari tra loro, e che alle volte ciò che riesce in uno, come sarebbe nel mio ch'è piccolo, non può aver luogo alle volte in un altro grande. Se in qualche cosa mi sono male spiegata scrivetemelo che cercherò di farlo meglio. Oggi giorno 16 ricevo l'altra vostra pregiatissima lettera, con dentro anche l'altra della nostra Viscontina. Vi unisco se mi permettete due righe di risposta per la stessa. Come vostra amica in ogni modo l'amerei, ed stimerei, tanto più conoscendola tanto virtuosa, colle nostre viste poi, pensate se m'è stata cara la sua lettera. Non mi tradite no, Mia Cara Carolina, a svelare il nostro piano con lei. Anzi è verissimo che vi dissi, che quando vedete che il parlarne possa giovare, parliate pure liberamente. Solo vi pregai quando non fosse necessario, o utile, di dire solo ch'è d'una vostra amica, ma di non nominarmi. Del rimanente già sapete che della vostra prudenza sono più che certa, e colla Viscontina e con chi credete, dite liberamente tutto ciò che credete opportuno, che mi rimetto in voi. Vi ringrazio anche della buona volontà, che avevate di spedirmi quelle carte. Già che so che vi preme la Gloria del Signore, prima di tutto, ma con vostro comodo, mandatemi le regole della Dottrina Cristiana di San Carlo, avendo trovato qualche Parroco e qualche altro Religioso addetto alle Dottrine, disposti a metterle in esecuzione anche qui; e siccome sapete, che per grazia del Signore, non istiamo male di religione nel nostro Paese, spero che produrranno queste del gran bene. A proposito di libri, Don Carlo Steb, vi fa i suoi complimenti, come pure alla Viscontina, e mi ha commesso di dirvi che non manca di pregare il Signore per tutte due, ma che vi ricordiate del contraccambio. E che quando avete occasione, vi rammentiate il libretto che gli avete promesso.
Il mio Carlo sta benissimo, ed alle volte mi domanda della Durini. Gli ho domandato questa mattina cosa vuole che vi dica per lui, mi ha detto che vi dica, che veniate, qui, e che, vi saluta. Ho letto una parte delle costituzioni delle Salesiane sulle opere di San Francesco di Sales; se il nostro piano riuscisse ma sin'ora non ho trovato che quelle fatte per le Salesiane quando sono state erette in Religione. Vado leggendo anche le opere della Santa di Chantal che non avevo mai vedute, non sono ancora arrivata a quel tomo che m'indicate, e se non troverò il sufficiente, farò pregare senza che si sappia che siano per me, il Vescovo d'Annissì, al suo ritorno, di farci venire le primitive Regole di quando le Salesiane erano Congregazione senza clausura.
Mia cara Carolina, noi intanto andremo disponendo quei materiali che da noi dipendono, lasciando che la SS. rna Vergine appiani e maturi tutto a seconda della Divina Volontà. Credo che come voi dite ci voglia moltissime orazione, questa la faremo, e se il Signore vorrà da noi questo santo stabilimento, colla pazienza, col coraggio e col tempo ne riusciremo. Non so ringraziarvi quanto vorrei della premura che mi mostrate in tutto ed in particolare anche per questo affare, pure benché non sappia spiegarmi bastanternente, voi che mi amate mi dovete capire.
Il Vescovo d' Annissì partì credo contemporaneamente al nostro, il primo non so per dove, io spero molto che ritorni. Mi dimenticava di dirvi riguardo alla conferenza nota colla Viscontina, che trovo che voi fate molto bene ad aspettare il momento adattato per intavolarla. E' meglio aspettare quando non viene il momento opportuno.
Il trattato della casa delle mie ragazze ai Filippini, finalmente credo poterlo dire concluso, e se altro non succede, ci passeranno ai primi del mese di marzo. Don Pietro Leonardi è ammalato, ma non già gravemente. Quando sarà guarito mi ha fatto dire che verrà da me e concluderemo per queste Regole della Fratellanza dei Preti Ospitalieri. Se m'avete commesso qualche altra cosa, fatemi il piacere di rinnovarmi la commissione, perché se non lo sapeste, col cuore non so cosa non farei per servirvi e per compiacervi, ma colla testa, ho una memoria da gatto. Aspetto la risposta di quel Ecclesiastico, che la Marchesa Arconati vorrebbe trovare a Vicenza per appoggiargli quella persona, la quale le preme. Ho pensato di farmela additare dal Padre Superiore dei Filippini, saggio e santo religioso, oppure dal Padre Giambattista, se avrò la risposta prima della partenza della posta ve l'aggiungerò, altrimenti vi scriverò coll'ordinario di domenica. Dovreste essere annoiata di una lettera che mai finisce, sappiate Mia Carissima Carolina, che il mio maggior piacere, per non dire anzi l'unico è di trattenermi con voi.
I miei complimenti a vostro marito, alla Marchesa Arconati, tanti saluti alla Signora Checca. L'Orti e tutti di mia famiglia vi presentano i loro doveri. Addio, Cara Amica, sono tutta vostra.
Aff.ma Obb.ma Amica
Maddalena di Canossa
Verona 18 febbraio 1801
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Carissima Amica
Aveva intenzione di scrivervi come vi dissi nella mia ultima lettera coll'ordinario di lunedì, ma solo ieri ho potuto avere il nome di quel tal Direttore di Vicenza, che desidera vostra sorella Arconati. Due soggetti mi hanno nominato, ambedue Filippini in Vicenza, l'uno si chiama il Padre Camuzzoni, e questo sarebbe se la persona che ella brama appoggiargli è una donna, o il Padre Stroidi se fosse per un uomo. Se non avesse piacere d'indirizzare questa persona ai Filippini, abbiate Mia Cara Carolina la bontà di scrivermelo, che cercherò di qualche altro. Adesso poi vengo a far i conti con voi, sono in collera per i vostri complimenti che mi fate nella vostra pregiatissima lettera dei 16 e 17 corrente.
Pare a voi che neppure vi debba cader in mente di ricopiare una lettera scritta alla vostra Amica e di aggiungere complimenti a complimenti. Voi vedete se così faccio con voi; vi carico di commissioni, mi fallo spesso, e cancello, poi continuo a scrivere, in somma tratto con voi con quella libertà, che mi detta la più stretta amicizia ed il più vero affetto. So che sono perfettamente contraccambiata dalla Mia Cara Carolina, ma voglio che mi tratti con pari libertà.
Vi potete immaginare con qual piacere abbia sentito l'esito della nota conferenza colla nostra Viscontina; sono certa che non mancherete di coltivare quelle buone disposizioni che avete scoperte, il Signore faccia il rimanente secondo la Sua SS.ma Volontà. Spero intanto nel venturo ordinario di potervi dire il giorno in cui le mie poche ragazze passeranno colla Signora Cristina ad abitare nella Casa ai Filippini. Dei ragazzi non so niente di positivo perché Don Pietro è ancora ammalato, benché stia meglio, pure da quanto so, deve principiare anch'esso a momenti. La Compagnia dei Tre soldi la tengo a bella posta arenata sino alla esecuzione della pace qualunque siasi, per piantarla meglio. Vi dirò anzi a questo proposito che siamo stati, tutti noi Veronesi in una grande costernazione per la notizia, che venne da Milano, che attesa la pace, la nostra città deve restare di due padroni. Si vede che conoscono il nostro merito, o il nostro demerito pienamente, perché o convien dire che tutti ci vogliono, o che convien dire che la nostra Gabbia di Pazzi nessuno la voglia tutta, e dividano il male per mezzo. Io pure ho passato un giorno in grandissima afflizione, e se ciò succedesse avendo noi, tutti quasi i nostri fondi in Cisalpina, oltre anche la casa, credo che abbandoneressimo la città e ci stabiliressimo in campagna. Se io fossi padrona in tal caso verrei a stabilirmi a Milano. Adesso le voci sono tante, che non sapendo qual credere io sono tranquillizata. Ma vi dirò già, che quelli della mia famiglia fossero veramente risolti di andar a vivere sui nostri fondi, ma m'immagino che per necessità l'avrebbero fatto, sembrandomi che nel nostro Paese non avrebbe potuto regnare la quiete comandando in due, e questo timore dell'inquietudine era l'origine della mia afflizione, e lo sarà se mai la cosa s'effettuasse. Oh Dio, Mia Carissima Carolina, credo di scandalizzarvi a dirvi tutto questo, dovrei fidarmi in tutto della Divina Provvidenza, ma la mia poca virtù è cagione di tanti timori. Per ritornare sul nostro primo discorso delle ragazze e del Piano generale, voi mi dite che vorreste il Posto degli Incurabili, ed io vi dico che sarei troppo contenta se dovessimo vivere insieme, e se voi foste negli Incurabili io mi farei subito infermiera per governarvi.
Sono molto obbligata a vostro marito per la memoria che di me conserva, vi prego collo stesso dei miei complimenti. Presentateli pure alle Marchese Arconati e Visconti. Tutti di mia famiglia fanno lo stesso con voi. La Stella, Luigi vi baciano la mano. Mia amatissima amica, voi trovate in questa lettera una vera idea della Torre di Babilonia, so che me la perdonerete, potendo esser certa che quand'anche la mia testa vacilla il mio cuore è sempre lo stesso. Vi abbraccio dunque, e sono veramente tutta vostra
Di Voi Amatissima Amica
Aff.ma Obbl.ma Amica
Maddalena Canossa
Verona 25 febbraio 1801
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Carissima Amica
Verona 1 marzo 1801
Cosa avete detto, Mia Cara Carolina, nel leggere la mia ultima lettera tanto piena di cattivo umore per la mia povera Verona? Voi mi dite nella ultima vostra che l'aria di Montebaldo vi gioverebbe, e che le mie lettere vi svagano, ma io temo che l'ultima v'avrà piuttosto fatto venire il malumore.
Con questa voglio rifarmi essendo addattata anche alla divisione della Città se così sarà decretato. Manco male, che tutte mie Sorelle sono da questa parte, e tutte le mie conoscenze pure ci sono, quando ci sarà la signora Cristina. Ci vuole dunque pazienza, parliamo dei nostri affari, e sarà quel che sarà, ch'io non voglio più pensarci. Voi mi contate le gran bellissime cose della vostra appopletica inerzia, ma per quello che vedo, operate più voi in letargo, di quello che facciano altri in perfetta salute cominciando da me. Voi dite che non fate niente, ma davvero non saprei cosa aveste potuto fare di più. Mia amatissima amica, mi rincresce di non potervi servire subito delle Regole dei nostri Religiosi Ospitalieri, perché Don Pietro, il quale è oggi stato da me, sufficientemente rimesso, mi dice che non me le vuol dare sino che non le hanno messe in ordine; ed io intanto ho pensato, che uno di questi giorni dovendo egli ritornare da me per un affare, che se avrò tempo ve lo dirò più sotto, mi farò dire le cose più sostanziali, ed intanto vi scriverò queste, e le cose più minute ve le manderò quando le avranno ben ripulite, ed ordinate. La contemplazione di vostra sorella Arconati non mi disturba le mie lusinghe, e perché forse il Signore vorrà dare il merito di questo stabilimento alla Mia Cara Carolina, e perché, benché non me ne intenda, mi pare d'aver letto che la vita contemplativa è più perfetta dell'attiva, ma che quella contemplativa ed attiva insieme, è la migliore di tutte, onde mi lusingo che l'Arconati dopo le due passerà alla perfezione della terza e ci assisterà ancora. Intanto la Viscontina sento con mio sommo contento, che verrà con voi all'Ospitale, coraggio Cara Amica, aspetto con grand'impazienza la descrizione del vostro progetto e sono piena di speranze.
Vi ringrazio di tutto ciò che mi volete mandare; sapete che ho un poco di rimorso perché mi pare d'essere stata indiscreta nel darvi tante commissioni.
Oggi giorno 3 di marzo finalmente la signora Cristina è passata ad abitare la Casa dei Filippini colle due ragazze più grandi, e dentro la corrente settimana penso metterci anche la piccola. Oh Dio! quanto ne sono contenta. Oltre il vantaggio della situazione appresso i Filippini, la casa è bella, sana, con giardino, e ad un prezzo assai discreto. La ventura settimana, spero che comincieremo a mettere in attività quel certo metodo che scrivevo quando eravate a Verona, il quale è compito. La SS. ma Vergine compisca il rimanente se la cosa deve riuscire di gloria d'Iddio. La Metilde che vi fa tanti complimenti, è in funzione per cercarmi associati per la Compagnia dei tre Soldi, lascio fare a lei intanto, aspettando come vi dissi nell'ultima mia la pubblicazione della pace, per estenderla possibilmente. Giacché anche restando noi Cisalpini non troveremo per questo opposizione, trattandosi di stabilimenti per l'umanità. Con somma sorpresa poi debbo dirvi, mia cara amica, d'avermi trovata onorata del dono della profezia. Quando fosse vero, che senza che voi me ne aveste dato un motivo avessi indovinato, avrei verificato il proverbio di Verona, che i matti profetizzano, ma invece sappiate, che per verità questa volta non ho indovinato per prerogativa annessa alla virtù del mio Paese, ma perché siccome per una parte dicesi che l'Amore ha gli occhi lunghi, e che per l'altra, voi avete avuto la bontà d'ammettermi alla vostra confidenza, così dalle vostre lettere mi sono accorta che eravate angustiata ed afflitta, come voi pure vi sarete accorta che parimenti lo era quando vi scrissi l'altra mia lettera. Essendo io d'avviso che tra due amiche, che si trattano a cuore aperto, sia impossibile che una non s'accorga spesso delle afflizioni dell'altra, anche senza parlarsene.
Un'altra cosa conviene che vi confidi, la quale resterà tra voi e me; ma per la quale vi prego di raccomandarmi, e di farmi raccomandare senza dire il motivo, alla SS. ma Vergine.
Sappiate che la Governatrice del nostro Ospitale si trova gravemente ammalata; i Religiosi vorrebbero che se essa venisse a mancare, io assumessi quell'impiego, restando in casa mia, e mettendo un'altra, la quale abitasse stabilmente nell'Ospitale, e dipendesse questa da me intieramente. Ch'io poi invigilassi sopra tutto, ed in sostanza fossi la Governatrice. Voi vedete tutto in queste due righe. Sapete per una parte l'impegno o piccolo, o grande, che ho della famiglia, il ragazzino anche pel quale ci vuole il suo tempo, lo stabilimento delle ragazze, il quale eccettuato il metodo che una volta che sia piantato, anderà da sé, ma pel temporale conviene che ci pensi io quasi interamente, e con qual coraggio posso assumere un impegno, nel quale, una persona per quello solo impiegata, appena sarebbe bastante? impegno, che oltre la vigilanza pel temporale, l'economico cioè, porta anche la vigilanza sopra i costumi di tutte le persone, le quali sarebbero a me soggette. Dall'altra parte, vedo che difficilmente mi si presenterà un'occasione più favorevole per l'esecuzione delle nostre idee, naturalmente, a poco a poco, senza dare nell'occhio, e tremo egualmente a rifiutare, e ad accettare.
L'affare è pendente, forse la Governatrice non morirà, ma sta assai male. Intanto, mia cara Carolina, pregate molto il Signore, e fatelo pregare dalle persone buone, che conoscete, che adempiasi solo la Volontà d'Iddio. Vi dirò poi che succederà.
Tutti di mia famiglia vi presentano i loro complimenti, unitamente all' Orti. Presentate i miei a vostro marito, all'Arconati, alla cara Viscontina. Non vi dico niente della Nicolini perché in grazia che i Francesi hanno bramato di comperare tutti quasi i cavalli della città, non si va qui più in carozza, ed io ho timore ad andare a piedi alla lontana, non avendo cavaliere servente. Mio fratello, che si .darebbe quest'onore, è tanto occupato, che non può venire, onde io non vado che qui d'attorno, e poi resto in casa. Datemi vi prego qualche nuova di vostra Zia Monaca e della Canonichessa. Dubito ch'anche quest'ultima sia tutta in contemplazione, o pure che sia ammalata. Cara la mia Amica, finisco oggi 4 marzo questa lunghissima lettera, abbracciandovi di vero cuore, perché la carta m'obbliga a terminare, protestandovi però che mai finirò d'essere.
Di Voi Amatissima Amica Obbl.ma Aff.ma Amica
Maddalena Canossa
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Amatissima Amica
10 marzo 1801
Dal Generale Chasseloup oltre la vostra Carissima lettera, ho ricevuto anche li due divoti libretti che mi avete favorito e vi ringrazio dell'una e degli altri. Tenterò di far andare il catechismo in mano di qualche francese col mezzo di Don Carlo, o del Padre Giambattista, e se ne troverò esito vi pregherò per degli altri. Riguardo all’altro libro delle Litanie, vedete che bella combinazione che si è data, io ho tante immagini quante sono le invocazioni delle Litanie, e sotto d'ogni immagine ci è scritto quel versetto stesso, che spiega il vostro libro, onde vedete quanto che mi sarà utile per le mie ragazze. Collo stesso incontro come sapete, ho anche ricevuti i favori e la lettera della nostra Viscontina. Ecco un motivo di più per seguire il vostro consiglio. Già l'avrei fatto anche senza questo, poiché vi assicuro, Mia Carissima Amica, oltre che trovo giustissima la vostra idea, ch'io provo un singolar piacere, se posso fare qualche cosa di più di quello che mi dite. Così lo potessi fare anche riguardo alla sorte del nostro infelice Paese ma vi confesso che non sono sin'ora capace d'adattarmici. La situazione della nostra casa vicina ad un castello e dirimpetto alle batterie austriache, la desolazione generale della città, che teme d'essere esposta da ogni parte a mille pericoli, la mia poca virtù, tutto insieme m'affligge non poco, e se anche un giorno sto quieta m'affliggo il giorno seguente per tutti due. Il Signore ci doni fortezza e rassegnazione. La mia salute nonostante è eccellente, ottima, migliore degli altri anni, vi ringrazio della premura che ve ne prendete, ma per vostra regola quando non ve ne parlo, è segno che me la dimentico, e che sto bene.
Parliamo adesso un poco dei nostri affari, Cara la Mia Carolina. Le mie ragazze sono tutte tre unite, e grazie alla SS. ma Vergine tutto va bene. Riguardo poi all'Ospitale credo che non assumerò per ora l'impegno, benché già sapete con quanto genio, inclinazione, quasi dissi vocazione lo farei. Potrei espormi con tanti impegni a non adempirne nessuno. La cosa non è però affatto determinata; da quanto si è disposto peraltro come vi dissi, parmi vedere che il Signore adesso non mi voglia in questo impiego, e per dirvi la cosa sinceramente, questo è l'unico motivo pel quale non accetto. Continuate peraltro mia cara a raccomandarmi strettamente a Dio, voi già sapete che alle volte egli appiana in un momento le opposizioni anche di anni, mi basta di poter adempire perfettamente la Divina Volontà. Don Pietro sta meglio ma non può dirsi affatto rimesso, ha cominciato anch'esso con quattro ragazzi. Mi commette i suoi complimenti, e desidera sapere se avete ricevuto un certo catalogo, o Metodo in istampa, che dà un'idea della istituzione dei Fratelli Spedalieri Laici Notturni.
Mi ha tornato a promettere di unirsi coi suoi compagni, e fissare e dilucidare intieramente le loro regole.
Sabato penso io pure di ripigliare le visite dello Spedale da noi tutte interrotte per le passate circostanze, e da me in particolare pel timore che ho a passare la Brà sola con tanta truppa.
Ho molte altre cose da dirvi, Mia Carissima Carolina, ma il tempo questa volta non me lo permette, i miei complimenti a vostro marito ed alla sorella. Alla Signora Checca i miei saluti tanto. Finisco colla penna, ma non finirò mai col cuore di protestarmi, e d'essere tutta vostra. La mia famiglia vi presenta i suoi doveri.
Di Voi Mia Carissima Amica
La Vostra Aff. ma Maddalena
11 marzo 1801
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Amatissima Amica
Verona, 18 marzo 1801
Ogni volta che vi scrivo, Mia Carissima Carolina, sono obbligata a cominciare le mie lettere con mille ringraziamenti, ora per una cosa, ed ora per un'altra. Questa volta ve li debbo per le vostre letterine, per l'istruzione della Dottrina di San Carlo, e per le altre belle Orazioni dei Santi Angeli ed immagini, che ho distribuite alle mie ragazze. Accettateli dunque ben sinceri, e di vero cuore, e bramerei potere far riuscire l'effetto a seconda dell'intenzione colla quale mi avete favorito. Farò il possibile almeno, e nella ventura settimana coi mezzo d' un' occasione particolare vi scriverò ciò che andiamo combinando con Don Pietro Leonardi, del quale v'accludo una lettera per la Dottrina Cristiana. Intanto, cara amica, vi dirò, che riguardo all' affare dell'Ospitale, ho perduto per ora la speranza d'assumere l'impegno, perché vedete, quelli che volevano ch'io divenissi la Governatrice erano i Religiosi dell'Ospitale, ma la Sessione Temporale cioè Secolare, la quale è quella che comanda, non ne ha fatto parola, mi si dice dunque che se la Volontà d'Iddio fosse ch'io assumessi, egli avrebbe mosso il cuore di quei signori a ricercarmi loro senza maneggi, e che non facendolo essi spontaneamente potrebbero mettersi delle ombre, e mettere un vero ostacolo all'opera un altro giorno. Pure Mia Cara Carolina continuiamo a pregare che si adempia anche in questo veramente, la sola Volontà d'Iddio. Già per una parte come vi scrissi mi rincresce assai, e per l'altra ho piacere. Non è già vedete ch'io avessi difficoltà d'attendere alle ragazze, ed all'Ospitale, che anzi come dite benissimo questo è il noto piano, ma la mia difficoltà consisteva ad assumere questo impegno col legame della famiglia, per non potermi compromettere per cagione di questa, di poter assistere alle altre cose, ma particolarmente all'Ospitale quanto il bisogno, ed il mio obbligo l'avrebbero portato. Se il Signore lascia le cose così, sentite qual ripiego ho pensato, per combinare alla meglio la cosa, ed ubbidire nello stesso tempo. Sperano per quanto mi vien detto di trovare una Governatrice buona per ogni articolo, io penso dunque coll' occasione d'andare alle solite visite all'Ospitale, di fare conoscenza con questa nuova eletta, e se capisco possiamo convenirci, a poco a poco fare amicizia. Questo si può fare senza dare nell'occhio, senza mettere ombre a nessuno. Indi quando l'amicizia sia inoltrata farla entrare nelle nostre idee, e fare che facendo essa la figura, si tenti eseguire dolcemente, e destramente il nostro Piano. Che ne dite Mia Cara?
Sono in qualche pena riguardo a voi, temo che siate turbata, o per dir meglio agitata. Se potessi farmi un uccello, e venire a tenervi qualche ora di compagnia, qual contento sarebbe per me. Oh Dio, Cara la Mia Durini, in quanti guai ci conviene sempre stare in questo mondo d'ogni genere. Ho fissato di non parlarvi più di questa divisione di Verona, ma sempre ci casco dentro. Mi conviene finire perché il tempo mi manca, voglio rifarmi colla lettera che vi manderò coll'occasione. I miei soliti complimenti a chi sapete, gli altri soliti per voi, Vi abbraccio e sono tutta vostra. Addio.
La Vostra Maddalena
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Amatissima Amica
Verona, 22 marzo 1801
Benché mi lusingassi di potere questa volta rifarmi un poco dell'altra nello scrivere alla Mia Carissima Carolina, pure il tempo mi ha ingannato. Vi scriverò dunque se non quanto voglio, almeno quanto posso. E prima di tutto vi dirò, che ho ieri ricevuto la vostra carissima lettera in data dei 18 corrente, la quale mi rappresenta vivamente la vostra situazione, che vi confesso mi penetra assai. Oh Dio, Cara la Mia Amica, convienmi ripetere a voi, ciò che debbo io pure pensare. E' impossibile non sentire, ma nulla ci è da temere nelle divine disposizioni. Voi non avete nessuna colpa nel perdere che fate quel sostegno, che infine il Signore vi aveva dato, io almeno immediatamente, non ne ho nessuna, nel perdere che in pochi giorni faremo ogni specie di tranquillità, ma Cara Carolina, Dio l'ha voluto, egli sarà il vostro unico appoggio, e la mia quiete io spero. Se mille riguardi non mi trattenessero, forse in nessun momento farei più volentieri il viaggio di Milano. Ma se la nostra sorte resta, come si dice, sia fissata, una volta o l'altra ne riuscirò. Sembrerebbemi di potervi qualche poco svagare. La pena, che ho per voi, vi confesso peraltro, è solo per vedervi afflitta, ma non già perché temi che il trovarvi così isolata vi porti nessuna sorte di pregiudizio. Vedrete che il Signore supplirà a tutto, e vi ha levato ogni appoggio per sostenervi solo. Se mi amate fatevi coraggio. Non vi posso promettere di andare alla Madonna del Popolo, perché sola, ho timore ad andare fino al Duomo a piedi, ma vi prometto di mandarci qualche persona buona, e di pregarla stando in casa, o in qualche altra Chiesa più vicina. Voi continuate a pregare per me. Nell'ultima mia, che vi giungerà contemporanea a questa, vi scrissi il motivo pel quale sono stata consigliata a non accettare all'Ospitale, abbandoniamo anche questo affare nelle mani d'Iddio, aspettando il momento decretato dalla Divina Provvidenza.
Questa lettera vi sarà consegnata per parte di mia Sorella Maffei, la quale viene a Milano per alcuni suoi affari, e a dirla con voi, anche per rimettersi un poco in salute. Ma di questa seconda parte non ne parlate, perché non lo vogliono dire, tanto più ch'essa era con qualche apprensione. Immaginatevi ell'è gravida, spaventi, afflizioni, con quello che ha passato l'altra volta, queste non sono cose che giovano. Riceverete unito a questa lettera il Catalogo dei Sacerdoti e Laici Spedalieri e di mano in mano che mi daranno il rimanente, o che me lo diranno ve lo scriverò, o ve lo manderò. Nello stesso tempo mi è venuto il pensiero di mandarvi un libretto d'una Novena, colla quale vi posso io attestare d'aver veduti prodigi. Io spero che nella vostra situazione, che debba esservi di rimedio alle vostre angustie.
Perdonate se il libretto non è nuovo, perché non se ne trova qui, ed io vi mando il mio, che già io me lo farò prestare da una delle mie donne, che lo ha.
Nel venturo ordinario vi scriverò della Merli e del rimanente. Il vostro carattere lo intendo benissimo. Il tempo altro non mi permette se non che d'abbracciarvi di vero cuore, pregandovi dei miei soliti complimenti, e portandovi questi di tutti come sapete. Un'altra parola giacche ho un momento. Altre mille cose alla cara Viscontina, ditele che le cose si calmano, ho molto lusinga che s'introduce l'orazione delle tre Ore anche qui, essendoci interessato per introdurla qualcheduno dei Padri Filippini, ed in caso pregherò o voi, o lei, per la musica come mi scrisse. Addio, Cara Amica, ben di cuore tutta vostra. Ditemi cosa ha detto la Viscontina della mia ultima lettera scrittale.
Aff.ma Amica Maddalena
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Amatissima Amica
Verona, 24 marzo 1801
Sono un poco più tranquilla, Mia Cara Carolina, riguardo a ciò che vi scrissi che tanto m'affliggeva. Mi sono fatta una ragione in caso si effettuino i miei timori, ma mi lusingano molto che non s'effettueranno. Diremo intanto Sia fatta la Divina Volontà, e andrò nutrendomi di speranza. Così potessi sapere di voi, mia cara amica, vi vorrei consolata, e calmata. Voi mi direte che non avete lusinghe nel vostro caso come ne ho nel mio, ma io vi dirò che avete in parte ragione per essere la vostra afflizione irrimediabile, ma che pensando la mia consolazione provenendo dalla speranza, è molto meno fondata della vostra, che viene dalla Fede. Nè crediate che ciò ve lo dica perché riguardi le vostre angustie col cannocchiale, e le mie col microscopio, no, Cara Amica, vi assicuro che se potessi risparmiarle a voi, e passarle io in vece vostra, di buon cuore lo farei; ma non essendo ciò possibile vorrei consolarvi quanto posso. Sono stata dalla Cevola che se vi ricordate, è quella Damina ammalata da sedici anni, e l'ho impegnata senza dirle il motivo a pregare per voi, essa vi saluta, e desidera il contraccambio, ed io poi sono piena di lusinga che il Signore vi consolerà. Non vedo l'ora che sia sabato per avere delle vostre nuove, credo che poche persone possino bramare la vostra tranquillità quanto io la bramo. Ricordatevi cara che la SS. ma Vergine è il soccorso degli afflitti. Indovinate che ho tante cose da dirvi, e che me le sono dimenticate tutte. Intanto vi dirò che oggi, giorno 25, ho trovato Manzoni da una Dama ammalata alla quale ho fatto i vostri complimenti, che gli ha al sommo graditi, e mi ha detto mille cose da dirvi per parte sua.
Delle mie ragazze e della Cristina continuo grazie al Signore ad essere contentissima. Mi è stata proposta una seconda compagna, la quale mi dicono avere tutte le necessarie qualità, e questa con patti di qualche vantaggio, non grande peraltro, e colla condizione ch'essa debba dipendere in tutto dalla Cristina, per mettere ambedue in pratica il metodo fissato. Qui pure ci vuole orazione, cara Carolina, tutto qui si finisce per quanto mi pare, vi dirò poi un'altra volta il definito.
La Catterina Merli è sempre nell'Ospitale, se la sua padrona fosse disposta a farle qualche elemosina, e che ve la dasse in tempo, potreste se credete farmela avere quando ritorna mia sorella. Don Carlo, la Metilde, tutti di mia famiglia vi presentano i loro complimenti, fate aggradire i miei a vostro marito, alla Viscontina e a vostra sorella. Riguardo a ciò che mi domandate se ho ricevute tutte le vostre lettere vi dirò, mia cara, che ne ho ricevuto sempre una fedelmente ogni settimana colla posta, oltre quelle, che ho poi ricevuto per occasioni particolari. lo pure vi ho sempre scritto una volta alla settimana per la posta, e qualche rara volta per occasione non essendomisi mai presentate, o almeno rare volte. Ma dovete avvertire che siccome io ricevo la vostra lettera ultima, sempre due giorni dopo, che vi ho spedita la mia ultima, così non posso rispondere alla vostra che un'altra settimana, e resto sempre indietro d'una lettera per quanto corra. Mi resta da parlarvi della Dottrina, ma questo lo farò nella ventura, voi pure dovete dirmi qualche cosa di vostra zia monaca, della Canonichessa, e del vostro progetto riguardante le visite del vostro Ospitale, ma questo ve lo dico per ricordarvelo, e mi basta per quando sarete quieta. Vi dirò io pure un'altra volta qualche cosa intorno al nostro. Addio, Cara Amica, amatemi quanto vi amo, fatevi coraggio, sono sempre
Tutta Vostra Maddalena
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Amatissima Amica
Verona, 30 marzo 1801
Per questa settimana, la Mia Cara Carolina si contenterà di due righe, perché essendo la Settimana Santa qui abbiamo i Santi Esercizi, poi le funzioni onde assai poco tempo mi resta, perché a casa conviene che restituisca a Carlino, ed al Signor Zio Borgia il tempo della Chiesa. Vi dirò peraltro che se non vi scrivo a lungo, non manco però debolmente di pregare per voi.
Acclusa nell'ultima Cara vostra lettera, ho trovato l'orazione favoritami dalla nostra Viscontina, molto a proposito per me. Veramente la mia rassegnazione è molto piccola; adesso non so se sia noia o lusinga, ho preso il partito di non pensarci più. La settimana ventura aspettatevi una lettera di fogli intieri. Oggi 1 aprile, sono stata dalla Madonna del Popolo ad adempire la vostra commissione. Addio Amatissima Amica, siate persuasa del mio più invariabile attaccamento, e che sarò sempre.
La Vostra Maddalena
P s.: I miei complimenti soliti a chi sapete.
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Amatissima amica
Verona, 7 aprile 1801
Debbo risposta a due, o tre vostre lettere, mia amatissima amica, alla penultima della posta, alla quale non risposi che due parole nella scorsa settimana, ed oltre a quella che ricevetti nell'ultimo ordinario, ed una terza che ricevetti per un'occasione, unitamente ad una lettera della Cara Viscontina, e ai divoti libretti favoritimi da tutte due. In primo luogo vi prego di accettare i miei ringraziamenti, presentarli alla nostra amica, coi miei più cordiali complimenti, e dirle che mi riservo al venturo ordinario a rispondere alla pregiatissima sua, perché mille imbarazzi m'hanno impedito il tempo. Questa lettera l'ho cominciata ieri mattina, e non so se potrò terminarla oggi 8 di sera.
La mia salute è buona da qualche tempo. Ma vi dirò, mia cara, che il male che vi dice, ch'io ho spesso, mia sorella, altro non è che una piccola piccolissima febbre umorale, dice il medico, la quale quasi ogni anno mi viene l'inverno, e mi dura dei mesi alle volte, ma per questa non perdo né il sonno, né l'appetito, non mi dimagrisco, non divengo neppure di cattiva ciera. il primo anno, che mi è venuta, m'hanno fatto stare a letto due mesi, m'hanno dato medicine salassi, ed è andata via quando ha voluto. Adesso che ho imparato la scuola non ci bado più per niente, quando ho unita la tosse presa in qualche raffreddore che allora vado a letto, se non ho tosse come quest'anno non la curo, perché già non mi dà disturbo quasi niente affatto. Mia sorella mi domanda come sto, io mi sento veramente bene, ma supponete ad onta di questo ho la febbre, rispondo sto bene, Ma, dirà quanti giorni sono che non avete avuto febbre, ed io dirò oggi, ecco, ella dice, che non volete dire di non istar bene, e in verità v'assicuro che il male è di tal sorte che spesso me lo dimentico. Non mi dà altro incomodo che di passare svogliatamente un'ora o due, e se ho da fare da quell'ora non me lo ricordo, e non me ne accorgo nemmeno. Vi ho fatto questa lunga dissertazione per dirvi come le cose sono, protestandovi infinite obbligazioni per la premura che avete, della mia salute.
Vi ringrazio, Mia Cara Carolina della vostra gentilezza verso mia sorella, avete ragione se quei Signori che ci trovate v'imbarazzano, e vi dirò che siccome a me fanno lo stesso effetto, quanto mi è possibile metto in pratica io pure una a certa canzone veronese, che dice, Alla larga, alla larga Signori; questo sia tra noi due; e a dircela schiettamente parmi che il viaggio di mia sorella nell'incertezza in. cui siamo, sia stato un poco immaturo, e che forse non gli gioverà per i suoi affari quanto glielo hanno fatto sperare. Forse vedete la mia folle lusinga m' inganna, e sarà buono per la sua salute almeno. Parlo liberamente con voi, Cara la Mia Amica, essendo certa che con nessuno parlerete né di Canossa, né dei miei timori.
Ieri, la metà, cioè al di là dell 'Adige, della nostra Città ha cominciato a cambiar padrone, Oggi gli Austriaci hanno preso possesso lo credo della Porta San Giorgio e certamente della Porta del Vescovo Sui ponti abbiamo le sentinelle d'ambi i nostri padroni. lo sono affatto tranquilla, Mia Cara Carolina, o per lo meno sin'ora, sono più tranquilla del passato. Pregate per me e per Verona. Voi mi dite d'avere ricevuto il Catalogo dell'Ospitale ma non mi dite su di quello il vostro sentimento, e Don Pietro, che vi fa i suoi complimenti, bramerebbe sapere la vostra opinione. Siccome la di lui salute è sempre vacillante davvero, non mi ha ancora potuto dare il rimanente di quel che bramate. Non posso nemmeno oggi parlarvi dell'Ospitale perché il tempo mi manca, dovendo finire questa lettera oggi 9 aprile in cui parte la posta. Il venturo ordinario vi dirò io credo l'ultima decisione della Governatrice. Continuate a raccomandarmi, e farmi raccomandare al Signore, che possa adempire perfettamente la Divina Volontà.
Conviene per mia quiete che aggiunga un'altra cosa, che la vostra solo amicizia mi dà coraggio di fare, della Canzone Veronese che di sopra v'ho detto, non ne parlate, perché io non la so, se non che le prime parole, onde potrebbe essere anche una canzone cattiva, onde non la nominate, perché per cagione mia non voglio esser cagione di male a nessuno. Perdonate, mia cara, amatemi e credetemi tutta vostra. V'accludo una lettera di Don Carlo. Ho mandato sempre le vostre lettere al Padre Giambattista, ma non ne ho mai ancora avuto risposta.
Se restiamo colla Città divisa, se non vi è disturbo mandatemi qualche copia di quel Catechismo francese, da distribuire a dei bisognosi. Addio, Cara Amica v'abbraccio, e sono per sempre. I miei soliti complimenti.
La Vostra Aff.ma Amica Maddalena
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Amatissima amica
14 aprile 1801
Non so capire altro che la posta non sia corsa giustamente la passata settimana, cara la Mia Carolina, io pure sono restata priva delle vostre care lettere, e solo ieri ne ho ricevuta una in data degli 8 aprile. Non ho mai mancato di scrivervi il giorno solito, o in breve, o in lungo, ma sarà nato qualche imbroglio anche dalla vostra posta.
La mia salute è buona, mia cara amica, spero lo stesso di voi, benché non melo diciate. La nostra situazione è meno cattiva di quello che temeva.
Mia sorella mi scrisse che aveva avuto il piacere di vedervi, e che vi aveva trovata quale io le avevo detto. Da quanto sento credo che al momento, che vi scrivo, possa essere in viaggio per ritornare a casa. Essa anche mi scrisse la gran bontà della vostra amica sua padrona di casa. Sempre più mi confermo nella mia idea, che le Milanesi siano molto buone.
Veniamo ai nostri affari. La vostra idea riguardante il metodo dell'Ospitale cioè della vostra Compagnia, mi piace oltremodo. Lo trovo assai più utile del nostro che in altro non consiste, riguardo noi donne, che in cibare le ammalate come avete veduto. Già sapete che con voi parlo a cuore aperto, e che la vostra bontà ed amicizia, mi dà libertà di dirvi quello che mi passa per la mente. Mi è venuto questo pensiero, se oltre la compagna che ogniuna di voi altre vi conducete, poteste con bel modo interessare nella vostra Compagnia qualcheduno di quelle ragazze, che come mi diceste sono obbligate a servire le inferme, le quali non facendolo per vocazione, non possono farlo con quello spirito necessario che porterebbe si fatto impiego, per vedere di svegliare in loro possibilmente la carità. Questa vedete, è una mia idea, forse fuori di proposito, che già capisco bene che a norma delle circostanze conviene regolarsi. Come per esempio il nostro metodo sarebbe affatto inutile nel vostro Ospitale, ed il vostro, benché è migliore, sarebbe per ora inesiguibile nel nostro. Qui non hanno ancora fatta la Governatrice, e sembra che vorrebbero ch'io ci andassi, ed intanto tirare avanti. Se il Signore mi ci vorrà, appianerà le difficoltà dalla mia parte. So che il Priore secolare voleva parlarmi, ma non so di che, se verrò prima ch'io chiuda questa lettera, vi scriverò quel che voleva dirmi, altrimenti lo farò nella ventura settimana. Intanto continuate a raccomandarmi alla SS. ma Vergine, e fatela anche pregare, perché possa adempire la Volontà d'Iddio. Per parte mia non mi muovo, sto a vedere come la cosa piega da se.
Ho sentito con vero piacere le nuove di vostra zia e della Canonichessa, le bramerei più felici della salute d'ambedue, ma conviene dire che il Signore lo permetta per perfezionarle intieramente. Si va disponendo Don Pietro Leonardi per cominciare fra pochi giorni la Dottrina dei servitori, per la quale spero sia per giovarci il libro, che mi avete favorito. Egli sta un poco meglio, ma per cagione della sua salute io credo non si sbrighi mai a portarmi quei metodi, che bramate. Uno di questi giorni deve venire da me, ed aspetto allora a scrivervi anche in qual modo io pensi che combiniamo qui per la dottrina, per farla collimare senza apparenza col Piano grande. A vostra sorella tanti complimenti, così pure a vostro marito. Tutti di mia casa fanno lo stesso con voi. Salutate la Signora Checca. Io non mi dimentico mai di voi, ma assai debolmente. Addio, Mia Carissima Carolina, amatemi quanto vi amo, e credetemi invariabilmente. La Stella, e Luigi vi baciano le mani. La Merli mi ha commesso dirvi tante cose che non finirci se scrivessi fino a domani.
Oggi 15 aprile c'è stato il Priore dell'Ospitale, ma riguardo la Governatrice non me l'ha nemmeno nominata. Sia fatta la Divina Volontà. Per non lasciar passare ordinario senza darvi qualche disturbo, vi prego se vi fosse possibile, di rintracciare a Cuneo, se ivi esiste la Famiglia Delfini, se un individuo di questa famiglia ha preso servizio nell'Artiglieria Cisalpina della quale era capitano e comandante due anni sono, se questo era maritato, se si sa ove sia, e finalmente di quante persone è composta questa famiglia. Avvertite che apparisce che questa sia una famiglia nobile, e questo tale si chiama Luigi. Questo sembra il padre di quella ragazzina che come vi dissi ho raccolto, e levata da un luogo scellerato, ove si trovava da quanto pare senza colpa del padre, ma per maggior sicurezza mi raccomando alla vostra prudenza, di ricercare in modo che mai si possa scoprire che la ragazzina sia neppure nota a chi scrive, o che si cerchi per essa, perché non vorrei me la pigliassero. Ed io quando non sappia se sieno cristiani buoni, la tengo piuttosto povera, ma buona, che esporla a divenire dama cattiva. Vi abbraccio di nuovo
La Vostra Maddalena
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Amatissima amica,
Verona, 21 aprile 1801
La vostra lettera in data dei 14 : 15 aprile mi ha molto consolata, Mia Cara Amica.
Ho detto, finalmente mi posso trattenere un poco in lungo colla Mia Carolina, giacchè per dirvi il vero altro non faccio che parlare di voi quando posso, non potendo parlare con voi. Ogni volta ho mille cose da dirvi quando vi scrivo, e spesso ne lascio qualcheduno. Comincierò dunque per dirvi che la mia salute è buona, e che per la primavera, per l'estate, e per l'autunno, posso compromettermi di non ammalarmi, l'inverno passato l'ho superato meglio degli altri, chi sa che non mi vadi fortificando, e che non vadi sempre di bene in meglio. Riguardo poi mia sorella vi dirò, ch'essa mi aveva già scritto ch'era stata due volte per aver la fortuna ch'io bramerei, cioè di vedervi, ma che non vi aveva trovata in casa, e vi assicuro che me lo ha scritto in un modo dal quale ho capito che n'era veramente persuasa, onde per parte sua state pienamente tranquilla. Per parte mia poi, cara la Mia Amica, conosco bastantemente la vostra amicizia, ed il vostro cuore, perchè un solo pensiero nemmeno di volo posso farmelo un momento porre in dubbio. Mi rallegrò molto il sentire da voi che l'abbiate trovata in buona salute, perchè vi con fesso che sono sempre in qualche pena, sapendo che quel mal( che le faceva apprensione le continua ancora. Fra noi vi posso anche dire che mal'è, che voi già non ne farete uso, nè gliene parlerete. E' un mese e mezzo che sputa quasi ogni giorno sangue anche abbondantemente, mi dicono che non è niente, ma l'aver la lontana temo sempre di qualche male in fretta, e di non poterla vedere. Già sono delle mie solite pazzie. Vi debbo poi ringraziare tanto, dei catechismi, e del bellissimo quadretto di San Camillo, il quale m'è stato carissimo. I catechismi, ho già cominciato a dispensarli. Riguardo poi al Santo protettore degli Ospitali, si vede che per ora non mi ci ha voluto, essendo giunto appunto che la Governatrice era eletta. La credo però assai opportuna anche al nostro intento, e di questa ve ne farò la descrizione un'altra volta, intanto siatene contenta ch'io pure lo sono. Non vi posso poi bastantemente spiegare quale sia stata la mia gioia nel sentire trovarsi in Milano una persona, la quale abbia un'idea simile alla mia. Cara la Mia Carolina, parmi vedere dei gran lucidi per iscorgere che Dio voglia qualche cosa. Se mai ella passasse da Verona, se vi fosse possibile mi fareste il maggior dei regali a proccurarmi il modo di parlarle. Per la secretezza essa può essere certa che sarà conservata cautissimamente.
Già sapete, che ho le regole di qualche ritiro di Sacre Vergini sul gusto delle Orsoline, mi sono state promesse quelle delle Ospitaliere, in somma se una volta possiamo far conoscenza, credo possiamo assai aiutarci scambievolmente, io con darle tutte quelle regole che potrò avere, ella coll'esempio e colla direzione. Ma Cara la Mia Amica, temo di non meritare tal consolazione; se vedete la cosa impossibile informatevi almeno se il suo Piano verte solo sull'educazione delle Raminghe, o anche sulla cura dell'Ospitale. Se abbraccia solo il nostro sesso, o se è esteso a tutti due come sarebbe il mio. Non vi rincresca che lo stabilimento non si faccia in Milano, perchè voi altri in qualche modo siete ben provvisti d'orfanotrofi e d'Ospitale, ma nello Stato ex-Veneto cominciando da Venezia, si può dire che mancano altresì, e Ministri degli Infermi, e Missionari, per la quale ragione erasi combinato il consaputo Piano sperando con questo rimediare alle necessità.
Don Pietro non l'ho ancora veduto, vedete quante cose mi restano ancora da dirvi. Vi prego poi, Cara la Mia Carolina, a non farmi tanti complimenti. Che gran cosa che non li vogliate lasciare con me. Sapete che mi avete confusa invece, perchè io davvero vi mando sempre dei gran volumi; ed il peggio si è che non trovo possibile l'emendazione, perchè il mio maggior piacere è di trattenermi con voi, onde non so fare a scrivervi in breve, ed oltre ciò spesso vi prego di qualche lettera. Basta perdonatemi voi pure, e aggradite il mio proponimento d'incomodarvi sempre con libert