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MEMORIE DI MADDALENA DI CANOSSA
Capitolo I
LE VIE DI DIO
« QUANTO RICORDO »
1. Non ho mai tenuto memoria alcuna di ciò che Dio dispose per la preparazione di quest'Opera. 2. Ora, però, venendo obbligata dall' obbedienza a far conoscere con quali mezzi e per quali vie Dio si è degnato dare inizio all'Istituzione delle Figlie della Carità, scriverò, come meglio la memoria mi suggerirà, quanto ricordo, senza tuttavia poter precisare con esattezza le date.
SCALZA
5. Due anni dopo decisi di ritirarmi in un monastero, dove sperimentai una singolare propensione per le inferme, ma si trattava di cosa puramente naturale.
6. Finalmente, risoluta di farmi Carmelitana scalza, mi ritirai in quel monastero e, benchè si trattasse di una semplice visita, mi sembrò di essere entrata in Paradiso. 7. Ma ecco due difficoltà: oltre all' orrore che avevo sempre provato per la clausura (orrore che ero tuttavia disposta a superare a costo della stessa vita), 8. nei tre giorni che vi rimasi mi sentivo incessantemente ripetere nell'intimo che in quel luogo avrei, sì, santificato me stessa, ma non avrei potuto impedire peccati nè giovare alla salvezza delle anime. 9. Cercavo però di cacciare questo pensiero come una tentazione, sapendo di non aver mai fatto nulla di buono.
10. Partii, dunque, risolutissima però di ritornare per vestire l'abito; 11. ma Dio con un mezzo imprevisto mi tagliò la strada; e così mi trovai costretta ad abbandonare quella vocazione.
12. Mi misi allora nelle mani di un religioso di santa vita e di grande spirito di orazione, il quale mi consigliò di starmene un anno senza prendere decisione alcuna. 13. Durante questo tempo egli mi fece condurre una vita ritiratissima nella mia famiglia e intanto, sia da parte mia che da parte sua, vennero fatte moltissime preghiere per conoscere la volontà di Dio, continuando io a rimanere del tutto abbandonata alla sua direzione.
14. Finalmente, trascorso l'anno, egli mi propose di rimanere ancora in famiglia, dicendomi che Dio sicuramente voleva da me qualche cosa, ma che per il momento neppure egli era in grado di discernere.
15. Tentai allora, sempre col consenso di questo religioso, di ritirarmi in un monastero senza clausura, in attesa che la volontà di Dio si manifestasse; 16. ma i miei familiari mi fecero presente che sarebbe stato meglio mi fermassi in compagnia di mia sorella Rosa fino a quando si fosse sposata. 17. Benchè fossi a ciò molto riluttante, dal medesimo Direttore fui costretta ad obbedire.
18. Da allora, per qualche tempo, pur essendo attratta ad una particolare forma di orazione, resistetti al Signore, sembrandomi di perdervi tempo; 19. finchè mi arresi al consiglio del Direttore, il quale m'incoraggiava a seguire quell’ attrattiva.
20. Nella grande tranquillità che provavo mi parve volontà di Dio che non cercassi altri che Lui e non chiedessi altro che di vivere completamente abbandonata alla sua divina volontà.
21. Così feci per alcuni giorni, ma il Direttore non mi permise di continuare dicendomi che sarebbe venuto, forse, un giorno nel quale il Signore l'avrebbe voluto, ma non allora.
22. E questo si verifica ora da parte di Dio in questa nuova Opera per tutto ciò che è esteriore, poichè Egli a poco a poco mi ha messa in situazione di totale spogliamento, restandomi però sempre il desiderio di Lui solo.
23. Tuttavia non seppi allora e non so nemmeno ora trarne profitto; nè voglio si creda che avrei fatto ciò che ho fatto senza un ordine preciso.
24. Per il momento rimasi dunque in famiglia, ma i vincoli familiari tanto si rafforzarono che per molti anni non mi fu possibile neppure pensare di poter partire.
25. Intanto in uno di quei primi anni, mentre ascoltavo la santa Messa nella quale il sacerdote leggeva alcuni passi del libro di Tobia sentii una mozione interna e decisi di dedicarmi alle opere di carità, non già perchè avessi chiara in mente quest'Opera, ma pensando a quelle che la situazione di allora mi consentiva.
26. E così feci, avendo anche naturale inclinazione verso gli infermi che Dio non mi lasciò mai mancare finchè rimasi in casa.
27. Un'altra volta, recitando il salmo Miserere, giunta al versetto « Docebo iniquos... », mi sentii mossa ad istruire il prossimo nella Dottrina cristiana e cominciai a spiegarla ogni festa alle cameriere che non potevo mandare in chiesa.
28. Ogni volta, o quasi, che ascoltando la Messa sentivo il passo del Vangelo: « Euntes in universum mundum », senza saperne il motivo mi sentivo intenerire e riempire di consolazione; benchè non fossi facile al pianto, mi venivano le lacrime agli occhi.
29. La medesima cosa mi succedeva ascoltando quelle Messe nelle quali si trattava della divina Gloria, per la quale ebbi poi sempre grande trasporto, così che bastava ad intenerirmi la sola espressione « Divina Gloria ». 30. In particolare durante questi anni avevo tanta brama di impedire peccati che, oltre a spendere nelle varie occasioni tutto quello che mi era possibile del mio, se avessi potuto convertire in tanto oro il mio sangue, volentieri sarei andata incontro alla morte tante volte. 31. Mi stava a cuore soprattutto la riunione della Chiesa greca con la Chiesa cattolica.
32. Durante la Settimana Santa, leggendo in un piccolo libro di meditazione quel versetto: « Inspice et fac secundum exemplar », provai un'impressione interna tanto forte che mi durò per vari giorni, sentendomi stimolata alla sequela del Crocifisso, ma senza comprendere nulla di particolare.
33. Un'analoga esperienza facendo orazione mi si rinnovò sei o sette mesi prima di venire a Venezia per quest'Opera, non con la forza ne con la stessa profondità interiore di un tempo, ma solo alla mente, 34. e credo che sia stato allora che per scrivere le Regole delle Figlie della Carità, cioè dell'Istituto, mi ispirai alle virtù del Crocifisso.
SEMPRE ORRORE PER LA CLAUSURA
35. Col progredire del tempo, non conoscen nè il Direttore nè io che cosa Dio volesse di particolare da me, con il consiglio del medesimo Direttore cominciai le trattative per la fondazione di un monastero di Scalze nella mia città. 36. Sentivo però sempre il solito orrore per la clausura e grande inclinazione per l' ospedale, tanto più che in Verona già era sorta la Pia Unione per l'assistenza degli ammalati ivi ricoverati.
37. Da tempo poi andavo pensando ad un’opera nella quale si potessero raccogliere ragazze e insieme visitare l’ospedale. 38. Credo anche di ricordare che pensavo a persone le quali fossero intenzionate ad attendere innanzi tutto alla propria santificazione; 39 ma, sembrandomi tutto ciò soltanto un sogno, per molto tempo non ne feci parola ad alcuno, nemmeno al Direttore, e continuai invece le trattative per la fondazione del monastero di Scalze, sentendo però, se ben ricordo, una certa amarezza interna.
40. La mattina della conclusione poi, sentendomi inquieta, manifestai l’altro mio pensiero al Direttore, il quale senz’altro mi comandò di troncare subito, come feci, ogni trattativa per le scalze, per attendere al nuovo progetto.
41. Fui consigliata a parlarne col Vicario Generale della Diocesi per un eventuale progetto della cosa ( 24-11-1799) . 42. Egli volle che ne parlassi col Vescovo [mons. Avogadro], il quale approvò solo in parte, consigliandomi di agire indipendentemente da tutti, benchè fosse mia intenzione di procedere con un santo sacerdote [ don Leonardi]. 43. Si oppose inoltre alle visite negli ospedali e mi suggerì invece le scuole di carità, per le quali, allora, io sentivo grande avversione.
44. Durante la visita il Vicario Generale mi domandò da chi ero diretta e, quando lo seppe, espresse la sua approvazione. 45. Mi suggerì tuttavia che, se egli venisse a mancare, mi mettessi sotto la direzione di un altro sacerdote che mi nominò, il quale effettivamente divenne il mio Direttore [don Galvani].
46. Questo discorso mi infastidì, sia perchè mi trovavo ben guidata, sia perchè egli era sano e abbastanza giovane. 47. Pochi giorni dopo, però, per un colpo apoplettico venne a mancare ed io, ritenendo che Dio avesse voluto manifestarmi in questo la sua Volontà per mezzo del mio Superiore, mi affidai alla persona da lui suggerita.
48. Circa l'Opera, dunque, non solo abbandonai la collaborazione di quel buon religioso, ma anche l' assistenza all' ospedale intesa come ramo dell'Opera.
49. Incominciai invece a raccogliere qualche ragazzina abbandonata ed esposta a pericoli, mettendola sotto la guida di una maestra in una casa presa in affitto; 50. purtroppo, data la lontananza, io potevo recarmivi molto di rado, essendo estremamente legata alla mia famiglia.
51. Frequentavo però l'ospedale come Dama della Fratellanza, la Pia Unione di cui dissi sopra, non preoccupandomi di come la cosa sarebbe andata a finire, non vedendo il modo di potermi separare dalla mia famiglia entro breve tempo, tanti erano gl'impegni che ad essa mi legavano.
52. Quando il Signore incominciò a sciogliere questi legami, allora presero a rinascere gli antichi pensieri.
53. Ma siccome il mio progetto era davvero grandioso e, d' altra parte, avevo coscienza di non aver mai servito veramente Dio, mi sembrava tutto pazzia.
54. Nel frattempo, essendo di passaggio per Verona un religioso barnabita [P. F. De Vecchi] che godeva larga fama di pietà e dottrina, 55. ed alloggiando egli in casa mia, gli manifestai qualche cosa del mio progetto e gli domandai se, eventualmente, egli sarebbe stato disposto a darmi come compagna una signora da lui diretta, che aveva fatto professione religiosa tra le Dame della Fede, ramo delle Sorelle della Carità istituite da san Vincenzo de' Paoli. 56. Egli nè me la rfiutò nè me la promise, restando piuttosto incerto sul da farsi.
57. Finalmente, essendo venuto a Verona e proprio in casa mia, un altro Sacerdote insigne per grado, pietà ed esperienza, manifestai a lui anche più chiaramente le mie idee, dal momento che egli mi aveva proposto d'impiegarmi in una santa opera che egli andava divisando.
58. Monsignor Pacetti non mi fece più parola del suo progetto, ma incoraggiò me a perseguire il mio; e fu allora che io cominciai a pensarvi più seriamente. 59. Ancora mi stupisco d' essermi confidata con uno che non era il mio Direttore, essendo sempre stata, come lo sono tuttora, alienissima dal chiedere consigli a chi non mi dirige.
60. Sapendo inoltre di non essere capace di portar avanti un'opera e mancando ancora di confidenza nel Signore, mi pareva di non poter fare cosa alcuna, se non avessi trovato una compagna.
61. Con grande sacrificio me ne fu accordata una che aveva fatto professione nell'Istituto delle Dame della Fede, già sopra ricordato, e mi riuscì pure di aver un colloquio con la medesima.
66. Sembrandomi però sempre una follia portare a compimento io stessa questo disegno, tuttavia stabilii con questa compagna di incominciare in tre l'istituzione dell'Opera, 67. e poiche Dio aveva ormai sciolto gran parte degli impedimenti che mi legavano alla mia famiglia, progettai il modo di staccarmi da essa.
COMMENTO
1. Maddalena non scrive la propria vita e neppure ciò che ha fatto in passato per dare inizio al suo Istituto, ma ciò che Dio ha disposto per la preparazione e la realizzazione dell'Opera. Dio solo è il protagonista dei fatti che narra. Lei indica semplicemente «per quali vie Dio si è degnato » di condurla.
2. E l'anno 1814. Da circa dieci anni ormai mons. Luigi Pacetti segue l'Opera di Maddalena. Suo compito specifico è quello di fare da spola tra la sua incipiente istituzione e la Santa Sede. Aveva già parlato con il S. Padre Pio VII di quanto la Marchesa aveva già realizzato e ne aveva avuto verbalmente promessa di approvazione scritta[1]. L 'obbligo che Mons. Pacetti fa a Maddalena di mettere per iscritto il processo iniziale dell'Istituzione è giustificato dal fatto del suo diretto interessamento come promotore presso il Vaticano. Ma le Memorie più che presentarsi come fonte storica, si offrono al lettore come rivelazione di una profonda spiritualità mistica.
3. Il primo ricordo è quello che segue a « una febbre maligna che in sette giorni si trattava di seppellirmi »[2], scriverà più tardi lei stessa a P. Federici.
Maddalena ha quattordici anni. E in tale periodo « il mondo mi allettava » ma una volta ristabilita da quella malattia mortale riemerge il desiderio di « rimanere nello stato verginale » e di consacrare se stessa definitivamente al Signore.
4. Così si legge nella lettera indirizzata a P. Domenico Federici: « ...sino da cinque anni ho avuto vocazione di farmi monaca… ma tra i quattordici e quindici anni pensavo di cambiare idea. ..riavuta alquanto dalla malattia si rinnovarono i primi sentimenti e le antiche risoluzioni, tacqui per allora con tutti e dopo un anno dissi ad un religioso, che è il maestro di mio fratello, tutto questo, e poi per altri sei mesi continuai a tacere e solo dopo un poco di mesi lo dissi al mio confesso re »[3].
Il primo confidente del segreto è don Pietro Rossi. Ma il suo confessore chi era? Dal giugno del 1787 al 25 aprile del 1790 P. Stefano del S. Cuore di Gesù, carmelitano, fu priore del convento dell' Annunziata e confessore di Maddalena[4].
5. È il 1791. Maddalena decide di ritirarsi il 12 maggio[5] presso il Monastero di S. Teresa, fuori porta Romana a Verona. Ciò che la determinò a parlare con i parenti, decisamente contrari, fu « un complimento che mi fece un cavaliere a teatro »[6]. Anche il ritmo di vita che si svolgeva a palazzo Canossa in seguito al fidanzamento della sorella Laura contribuì a deciderla, sia per sfuggire « ai sussurri e alle occasioni »[7] sia perchè, essendo sua « intenzione di rimanere nello stato verginale », i divertimenti, le amicizie, gli interessi mondani la attiravano sempre meno.
Il matrimonio di Laura si celebrò nella villa dei Canossa al Grezzano il 3 ottobre 1791[8].
E Maddalena rimane nel suo ritiro fino ai primi mesi del 1792. Conobbe suor Maria Luigia della Croce, Direttrice delle educande, con la quale rimase legata da profonda amicizia anche dopo il suo ritorno in famiglia.
6-9. Un secondo tentativo fece Maddalena tra le Carmelitane Scalze di Conegliano {Treviso). Il monastero era stato indicato da P. Stefano, ma vi era stata accompagnata dal « Marchese Girolamo e dal buon P. Ildefonso. Dovette essere il giugno o il principio di luglio dell'anno 1792 »[9].
Dopo tre soli giorni trascorsi nel monastero che Maddalena definisce « una semplice visita », tornò di nuovo in famiglia.
Due grosse difficoltà provenienti da dentro: l'orrore persistente per la clausura e l'impossibilità di « impedire peccati » e di « giovare alla salvezza delle anime » .
Non si trattava di una tentazione, ma di un impulso misterioso di Dio che la voleva su altre strade.
10-11. Dio non rivela sempre con chiarezza la sua volontà: la mozione interiore di farsi religiosa era chiara « fin dai cinque anni », ma non era ancora per nulla chiara la modalità di attuazione. Maddalena parte da Conegliano « risolutissima di ritornare per vestire l'abito », e Dio altrettanto deciso « con un mezzo imprevisto », che Maddalena non rivela, le « taglia la strada ». Dio rimane la suprema guida della sua vita.
In una lettera che porta la data del 20 agosto 1792 suor Luigia della Croce consola Maddalena così: « Per aver Iddio manifestato con evidenza non volerla scalza non la rifiuta già per sua sposa... Mi stia allegra, ma in Dio e con Dio, rassegnata e contenta di tutto quello che Egli disporrà di lei »[10].
12. Il religioso è don Luigi Libera, conosciuto da Maddalena per mezzo di suor Luigia della Croce. In questo particolare e delicato momento della vita di Maddalena è la persona più adatta. Egli invita la giovane Marchesa ad attendere in preghiera una più chiara volontà di Dio. La segue con la disponibilità di chi solo in Dio vuoI leggere il disegno preparato per lei. Per un anno rimangono entrambi docili alla luce dello Spirito Santo[11], ma il Signore, dopo tale anno di attesa, non rivela nulla ne all'uno ne all'altra. Scrivendo a Maddalena il profilo del direttore ideale così indirettamente traccia il proprio: « Il direttore non ha alcun diritto a determinare la figlia spirituale a prendere piuttosto uno stato che un altro, ma solo a consigliarla più ad uno che all'altro, sempre con riflesso a quelle indicazioni a cui vede piegare il cuore mosso dalla grazia e ispirazione del Signore »[12].
13. La vita « ritiratissima » che il direttore consiglia ha lo scopo di rendere la giovane sempre più sensibile a percepire la voce del Signore.
Su misura di quanto Maddalena rimane « del tutto abbandonata alla sua direzione » il religioso si impegna a rimanere vigile sentinella alle minime segnalazioni dall' alto.
14. Dopo un anno di attesa in preghiera il cielo rimane ancora chiuso. Il Signore vuole per ora che viva « nel secolo col cuore di scalza »[13]. E ancora: « ...lasciamo da parte per ora ogni pensiero rapporto alla vocazione. ..potrà dubitare che a tempo opportuno [Dio] non sia per manifestare i suoi disegni amorosi che ha formati su di lei sino dall'eternità? »[14]. Nel giugno del 1793 così esorta: « ...appigliamoci a quella strada che non chiude le porte a qualsiasi disposizione potesse dichiarare Iddio su la di lei persona »[15]. Tale paziente attesa consigliata da questo saggio direttore porterà Maddalena a realizzare il progetto di Dio.
15-17. Un ulteriore invito le viene dall'arciprete Bartolomeo Neola il quale propone a Maddalena di ritirarsi fra le Dimesse in Cittadella a Verona, ma don Libera sospetta nell'invito qualche doppio fine e dopo aver trattato la cosa con lo zio Gerolamo convince Maddalena ad occuparsi in famiglia della sorella Rosa ancora sedicenne. Così scrive a Maddalena: « ...l'insistenza del signor Arciprete perche vada dalle Dimesse in qualità di educanda è cosa che non va punto a seconda del mio cuore. Io li parlerò prima di portarmi da lei e troverò l'ora e il tempo di ritrovarlo in casa... L 'insistenza dell' Arciprete mi da molto da sospettare… Per altro, la mia figlia, stia quieta... quando abbiamo l' assenso del signor zio, tutto andrà bene »[16].
Un altro semaforo rosso accende il Signore sulla strada della sua vita.
18-19. Il Signore l'attira ad una « particolare forma d'orazione ». Si tratta con tutta probabilità di una azione interiore di Dio che la sospinge verso un atteggiamento di passività, al quale Maddalena inizialmente resiste. Il consiglio del direttore di abbandonarsi a tale iniziativa del Signore provoca in lei una piena adesione « alla sua divina volontà » e grande pace.
« L' orazione sarà il nostro cibo » scrive don Libera. E per farla bene, continua, « ci vuole più cuore che testa... desidero che coltivi assai la presenza di Dio e non pretenda di voler sempre il cielo aperto »[17].
20-21. L'abbandono alla divina volontà e la pace del cuore sono le disposizioni migliori per amare in concreto il Signore. Così incoraggia il suo direttore: « ...offerisca tutte le sue azioni la mattina al Signore e gli dica che non vuole altri che Lui e per Lui solo vivere e morire »[18]. Ma forse il timore di una troppo precoce passività nella preghiera orienta il direttore a consigliare di non continuare per allora su tale linea, anche se ve la sente chiaramente avviata.
22. Quando Maddalena scrive queste sue considerazioni , è il 1814. E’ l'anno in cui muore don Lorenzo Piazza, il sacerdote che in accordo con mons. Pacetti l' aveva chiamata a Venezia per organizzare l'Opera dei Cavanis, è l'anno in cui a Verona risulta urgente la sua presenza nel monastero di S. Giuseppe, dove la superiora Leopoldina Naudet si prepara a lasciare l'Istituto per una sua propria fondazione, è l'anno in cui mons. Pacetti è assente per malattia da Venezia, è l'anno in cui per tutto ciò che è esterno alla sua vita il Signore la riduce ad un « totale spogliamento... ». E giunto il tempo in cui Dio la vuole « completamente abbandonata alla sua divina volontà ». Da quel lontano 1793 in cui don Libera la esorta ad abbandonarsi nell'orazione nelle « braccia amorose » del Signore e a corrispondere alla sua misericordia[19], sono passati più di vent' anni ed ora « il desiderio di Lui solo » si è fatto più vivo e sofferto .
23. Se un progresso nelle vie dello spirito c' è stato non è opera sua, scrive Maddalena, ma della guida saggia e illuminata di don Libera.
24. Il periodo storico che Maddalena racchiude in poche righe va dal l793 al 1799. Un fitto intrecciarsi di eventi storici e familiari costrinse Maddalena a rimandare ogni progetto personale.
La morte del prozio marchese Francesco Canossa avvenuta verso la fine del 1793, le imprevedibili conseguenze della situazione politica francese[20], il mancato matrimonio della sorella Rosa[21], l'arrivo delle truppe francesi a Verona[22] e la conseguente partenza di Maddalena con i fratelli a Venezia, le « Pasque Veronesi »[23] e il completo esodo della famiglia Canossa ricongiunta finalmente a Venezia, la nascita di Carlino e la inaspettata morte della giovanissima madre Maria Claudia Buri, che, morente, affida a Maddalena la propria creatura: tutti questi awenimenti rafforzano di anno in anno i « vincoli familiari ». Intanto la direzione di don Libera e la fitta corri- spondenza che Maddalena mantiene con lui la sostengono spiritualmente: « La mia figlia, per farsi santi, bisogna passarne assai. Ella si consoli di essere sulla strada della santità: dimandi a Maria Santissima fortezza e aiuto »[24].
25-26. Era il 20 luglio 1795, la festa di san Gerolamo Emiliani. Nella Celebrazione eucaristica di allora il sacerdote, al versetto offertoriale, leggeva: « Quando pregavi in lacrime e seppellivi i morti e lasciavi il tuo pranzo e nascondevi di giorno i morti in casa tua e di notte li seppellivi, io offrivo la tua preghiera al Signore »[25]. L 'ascolto di questo versetto biblico provoca in Maddalena una mozione interiore che la stimola a praticare « quelle opere di carità che il suo stato di allora le permetteva » .L' assistenza spirituale agli infermi sarà uno dei cinque rami di carità del suo Istituto.
27. « Docebo iniquos vias tuas et impii ad te convertentur »[26]. Durante la recita di questo salmo il Signore matura in Maddalena la decisione di fare conoscere Gesù Cristo e la sua dottrina alle cameriere di palazzo Canossa.
Questo impulso di grazia diverrà in seguito carisma apostolico fondazionale per le Figlie della Carità, dedicate essenzialmente all’ insegnamento catechistico in casa e nelle parrocchie.
28. Il versetto biblico: « Andate nel mondo intero »[27] suscita in Maddalena ogni volta che l'ascolta un sentimento di commozione e consolazione.
Questa spinta missionaria ad gentes, che rimarrà custodita nel suo cuore per tutta la vita, diverrà realizzazione carismatica per le Figlie della Carità solo nel 1860. Madre Luigia Grassi, infatti, su richiesta della Chiesa e spinta dal suo zelo apostolico, invierà da Pavia il primo gruppo di missionarie canossiane dirette ad Hong Kong, da cui si disperderanno prima in tutto il Continente asiatico e successivamente in tutto te il mondo .
29-30. La gloria di Dio è la passione di tutta la vita di Maddalena. Glorificare Dio significa per lei rivelare la sua bontà, carità, santità anzitutto in se stessa, spendere la propria vita per impedire i peccati, versare il proprio sangue come Cristo per la salvezza del mondo intero, riconciliare tutti gliuomini nell'unico Signore e Redentore Cristo Gesù.
31. Lo zelo per l'unità della Chiesa greca con quella latina viene suscitato e alimentato in Maddalena da una circostanza familiare[28], ma questa ansia ecumenica sempre l'accompagnerà nella vita. Così scriverà al chierico Antonio Schiavoni, chiamato ad operare apostolicamente nel vicino Oriente: « ...ho anch'io avuto sempre una premura o dirò meglio una pena e sollecitudine particolare per i Greci, vedendo un popolo che si allontana dalla salute per motivi tanto falsi quanto inconcludenti »[29] .
32. La mancata precisazione di tempo può far datare questa importante esperienza mistica della sua vita tra la settimana santa del 1795, anno in cui la Pasqua cade il giorno 5 aprile, e quella del 1799, anno in cui la Pasqua cade il 24 marzo. Nell'una e nell'altra Maddalena segue un corso di Esercizi spirituali. L' età della Santa oscilla tra i ventuno e i venticinque anni. L 'impressione interna che suscita il versetto biblico: « Inspice et fac secundum exemplar »[30] fa parte di quella prima intuizione carismatica personale che la porterà ad incentrare tutta la propria vita e quella dell 'Istituto nel Cristo Crocifisso. In Lui scoprirà il « Dio solo », in Lui l'unità della sua vita contemplativa in piena azione.
33-34. Nel 1811, a distanza di molti anni dalla prima esperienza, sempre durante l'orazione, Maddalena ha la chiara percezione che Gesù Cristo Crocifisso debba diventare, non solo per la propria vita ma anche per tutte le Figlie della Carità, l 'Esemplare a cui guardare per un cammino di identificazione a Lui. La contemplazione espressa in quel comando: inspice ( = guarda dentro) deve sfociare per ogni Figlia della Carità nella imitazione delle sue virtù, frutto ed espressione di una carità infinita.
35-36. Nel 1798, dopo sette anni di lunga ricerca, Dio non rivela ancora con tutta chiarezza la sua volontà nè a Maddalena nè al suo direttore: « La mia figlia, io non ho deciso niente del suo futuro stato, ma non mi è mai passato per la mente che Dio la voglia nello stato matrimoniale. No, la mia figlia, Iddio la vuole tutta per sè: questo è certo »[31].
Nell'attesa che Dio manifesti più chiaramente la sua volontà riaffiora in Maddalena l'idea di fondare in Verona un monastero di carmelitane scalze. Il desiderio rimasto latente fin dal gennaio del 1795[32] ritorna in occasione di un possibile acquisto di uno stabile, per il quale don Libera dà indicazioni precise per eventuali trattative. Ma la pratica non potrà procedere a causa della impossibilità di Maddalena di poter disporre di un proprio patrimonio inglobato nei beni patrimoniali di casa Canossa[33]. Mentre procede in tale iniziativa sente internamente « sempre il solito orrore per la clausura » e « una certa amarezza in tema » ( v. 39) .
Anche questa strada non si rivelerà volontà di Dio ( v. 40). Ma l'Istituto che più tardi fonderà avrà le sue radici apostoliche nel suo cuore di scalza.
37-40. La strada di Dio era sepolta da tempo nel cuore di Maddalena. Il progetto che lei definisce allora “soltanto un sogno” era già stato scritto nel luglio del 1799, se don Libera ne parla come di un “Piano” da maneggiare con prudenza e discrezione[34]. Il piano in effetti per la sua ampiezza non si realizzerà mai, ma di lì partiranno le spinte per realizzare in futuro le opere di carità per le tre necessità perenni del prossimo: educazione, evangelizzazione, assistenza a chi soffre. E’ questa una svolta significativa e definitiva nella vita di Maddalena. Don Libera, alla vigilia della morte, vede avviata la sua figlia sulla strada voluta da Dio. Di qui il comando di “troncare subito… ogni trattativa per le Scalze, per attendere al nuovo progetto”.
41-43. Nel novembre 1799, sempre consigliata da don Libera, si profila per Maddalena una possibilità di iniziare concretamente il suo progetto di carità. La precisazione della data, 24 novembre, rivela una importante pietra miliare sulla strada difficile che la porterà a realizzare il suo sogno.
Ella manifesta anzitutto il suo piano al vicario generale della diocesi, mons. Gualfardo Ridolfi, il quale la invita a trattare direttamente con il vescovo mons. Giovanni Andrea Avogadro.
Maddalena, più inclinata naturalmente ad assistere gli ammalati e già coinvolta nell'opera della « Evangelica fratellanza dei preti e laici spedalieri » fondata nel 1796 da don Pietro Leonardi, viene consigliata dal vescovo ad «agire indipendentemente da tutti » e ad orientarsi particolarmente verso le « scuole di carità ». Il grande « sogno immaginario » formulato nel Piano B 6-6[35] sfumava come dopo un risveglio e, nonostante la « grande avversione » che sente per la scuola, Maddalena si impegna su questa linea caritativa. « Certamente, la mia figlia, il suo progetto vasto non può a meno di incontrare grandi difficoltà da chi non lo riguarda con un occhio di fede divina »[36].
44-47. La visita del vicario mons. Ridolfi si svolge con tutta probabilità nella Villa Canossa al Grezzano nel novembre 1799. Durante la conversazione Monsignore suggerisce a Maddalena di mettersi sotto la direzione di don Galvani. Il consiglio sorprende e infastidisce l'interlocutrice, da anni guidata saggiamente da don Libera. Ma trascorsi « pochi giorni », Maddalena scorgerà in quel suggerimento un segno della provvidenza di Dio. Il 22 gennaio 1800 don Libera improvvisamente scompare dalla scena di questo mondo e lascia ad altri la direzione di quella figlia così paternamente e prudentemente seguita.
L'ultima lettera di don Libera indirizzata a Maddalena suona quasi una consegna della propria direzione nelle mani del nuovo sacerdote veronese: « Col signor Arciprete Galvani parli pure, è un carattere di uomo sincero e può giovarle molto per tutto l'affare »[37].
48. L' obbedienza a Dio, mediata da chi lo rappresenta nella diocesi, è stata sempre per Maddalena la segnaletica sicura della volontà del cielo. Abbandona la collaborazione nella linea caritativa iniziata da don Pietro Leonardi a favore degli ospedali e dà inizio al ramo della scuola di carità. Don
Libera ancora nella sua ultima lettera scritta a Maddalena così interpreta il comando di lavorare da sola: « Credo che Monsignor [Vicario] possa avere delle mire diverse dalle sue, e bene appare dalle sue proposizioni, che vuole impcciolire la vastità del suo piano e che, non essendo molto persuaso dei Religiosi, possa cercare di separarla da loro »[38]. L 'assistenza agli amma
lati non sarà per ora considerata ramo dell’ Istituto. Dio darà più luce in futuro. Intanto continuerà ad assisterli come Dama ospedaliera.
49-50. E’ un inizio, piccolo come un granello di senape, ma che ha i caratteri della concretezza, della prudenza e della paziente attesa. Così don Libera l' aveva esortata prima di morire: « Il “ Piano " si ha da sostenere, ma conviene adattarsi alle circostanze e promuoverlo a poco a poco perchè tutte le cose nei loro principi sono picciole »[39].
La prima casa che Maddalena prende in affitto per iniziare l'educazione delle ragazze abbandonate si trovava a quei tempi in via Filippini. Il 3 marzo 1801 due ragazze tempora- neamente ospitate in casa di una certa signora Cristina, aiutata anche da sua madre, passano nella nuova casa[40]. Il giorno 10 le ragazze sono già tre[41], ma la casa, scrive Maddalena, potrebbe ospitarne « trenta comodamente »[42]. L 'unica difficoltà era la lontananza da palazzo Canossa, per cui raramente poteva recarvisi essendo « estremamente legata alla sua famiglia ». La casa era stata contrattata per la durata di sette anni, ma già in luglio si erano affacciati dei compratori e in agosto era già stata venduta[43]. Era urgente cercare una nuova abitazione per le ragazze che erano salite a cinque e una sesta stava per essere ricevuta. La casa fu subito trovata e anche « due maestre veramente a proposito » [44], essendosi ritirate Cristina e sua madre, incapaci di « sostenere un peso che loro sembra troppo grande »[45]. Il 6 settembre 1801 Maddalena può comunicare all'amica che « la casa, grazie a Dio, è trovata a due passi lontana da casa mia »[46], presso la chiesa di S. Lorenzo in Corso Cavour. Il 5 ottobre può già trasferire il piccolo gruppo di ragazze[47], con le due nuove maestre Matilde Bunioli, « la fedelissima aiutante » dell'incipiente istituzione, e Metilde Giarola, che lavorerà a fianco di Maddalena fino alla morte. Anche questa casa era stata presa in affitto.
Ma il numero crescente delle ragazze interne e l'intenziane di Maddalena di aprire una scuola di carità anche per le esterne la sollecitano a cercare una casa più ampia. Così alla Durini: « Sono in trattato di comperare una casa per le mie ragazze e per questo ho bisogno che il Signore determini la persona che sembra disposta a fare la carità di questo acquisto »[48]. Dopo circa un mese il Signore ispira don Carlo Franceschini a donare la casa in contrada S. Zeno, via Regaste n. 5. Il contratto viene stipulato in data 21 settembre 1802[49].
Il trasferimento avverrà verso la fine di novembre. Così sempre alla Durini: « Io sono assai occupata perchè tra pochi giorni le mie ragazze passeranno nella casa comperata »[50].
51. Maddalena, pur avendo rinunciato per obbedienza, a realizzare parte di quel suo vasto piano incentrato nell'assistenza agli infermi, non aveva rinunciato come nobile Dama della Fratellanza a frequentare l'ospedale per recare conforto ai malati. Scrive alla Durini il 20 gennaio 1801: « La Congregazione dei Religiosi dell'Ospitale, dopo il ritorno di Don Pietro [Leonardi] in buona salute, è riammata, aumentata e ristabilita. Se siete dello stesso genio come mi dicevate, mi farò dare le regole, le copierò e ve le manderò “[51].
52. Dal 1803 al 1804 un susseguirsi di eventi permette a Maddalena di leggere i chiari preludi di un possibile distacco dalla famiglia. Tre legami la trattengono a palazzo Canossa: il fatto di essere amministratrice dei beni patrimoniali indivisibili del marchesato, la malattia dello zio Francesco Borgia e la promessa fatta alla zia morente, madre di Carlino, di prenderesi cura di lui. Il primo legame si scioglie con il matrimonio del fratello Bonifacio che si celebra nel dicembre del 1803. Il secondo con la morte del march. Francesco Borgia avvenuta il Il 15 febbraio 1804. Maddalena lo aveva assistito amorevolmente per due lunghi anni. Così scriverà alla Durini durante la sua malattia: « Il maggior motivo del mio silenzio, o per meglio dire l'unico, è la malattia non interrotta dello zio Borgia, il quale ha genio che io stia molto con lui »[52]. E dopo cinque mesi: « ...lo zio continua sempre ad istar male e non mi lascia un momento in libertà »[53]. n terzo, che Maddalena ritiene « il maggior legame, è quello del ragazzino [ Carlino ] , che non vedo sì vicino ad essere sciolto »[54]. Ma nel mese di novembre anche questo legame, che Maddalena ha rimesso nelle mani di Maria Santissima[55], si risolve positivamente: « Sappiate, mia cara, che il Signore si è degnato di disporre che mio zio [Gerolamo] si risolva di prendere un precettore al mio Carlino. Questo sembra dovermi mettere tra non molto in perfettissima libertà »[56].
53. Maddalena si interroga se il « rinascere di antichi pensieri » è solo frutto di una sua iniziativa umana o è spinta interiore operata da Dio. Così alla Durini: « Per carità fate raddoppiare le orazioni per me affinchè Dio mi illumini ad appigliarmi veramente a ciò che a Lui piace. Non potete darmi una maggior prova di amicizia di questa, poichè ben vedete, mia amatissima Carolina, quanto questa risoluzione possa influire sulla eterna mia salute »[57].
La coscienza della grandiosità del progetto confrontata con la propria incapacità di servire con fedeltà il Signore le fa giudicare l'impresa una vera pazzia. Non vorrebbe però per alcun motivo distaccarsi di sua iniziativa dalla volontà di Dio. E allo scadere dell’ anno così scrive alla sua amica milanese: « ...buon anno, mia carissima amica... voi, sono certa, bramerete per me altrettanto, ma desideratemi ed ottenetemi con l'orazione la cognizione e l'adempimento della divina volontà»[58].
54-56. Il Signore mette sulla sua strada un religioso, P. Felice De Vecchi, direttore dell'amica Durini e predicatore insigne. Il 24 febbraio 1802 awiene il primo incontro con Maddalena a palazzo Canossa: « Ieri ho avuto il piacere di trattenermi con lui due ore e veramente l'ho trovato per ogni articolo tale e quale me l'avete descritto »[59].
Nel 1803 si effettua un secondo incontro in casa Canossa tra Padre De Vecchi, don Pietro Leonardi e Maddalena, la quale così ne dà notizia alla Durini: « ...sono restata sempre più contenta e ammirata del degnissimo Padre De Vecchi. Vi avrà già detto che Don Pietro Leonardi gli ha parlato qui da me e per vostra consolazione vi dirò che credo certamente che da questa conferenza ne sortiranno degli ottimi effetti per la divina Gloria e voi, mia cara, siete causa di tutto »[60].
Che cosa si comunicarono nei due incontri? Nella lettera che Maddalena scrive alla Cavriani si può arguire il contenuto della conversazione: « Il Signore mi chiama a servirlo nei suoi poveri. ..in una istituzione nella quale si possa internamente piantare un vero spirito di unione con Dio e di distacco da tutto esercitando nello stesso tempo tutte le opere di carità adattate alle attuali circostanze con una compagna la quale avesse santità, vocazione ed esperienza... il Signore col mezzo di Padre De Vecchi mi ha fatto conoscere unitamente l'istituzione e la compagna o "Dama della fede" »[61]. Questa « compagna » rimarrà il mezzo per cui Maddalena potrà avere tra le mani le Regole delle Sorelle della Carità ispirate allo spirito di san Vincenzo de' Paoli, di cui si conserva copia manoscritta presso l'A.C.R.[62] e su cui Maddalena scrive i Riflessi.
57. L 'avverbio « finalmente » usato da Maddalena in questo incontro provvidenziale rivela un respiro di sollievo per un traguardo raggiunto. E questo infatti l'incontro più determinante per la realizzazione dell'Opera. Il sacerdote « insigne per grado, pietà ed esperienza » è mons. Luigi Pacifico Pacetti, il quale, invitato a Verona per la celebrazione liturgica del, Corpus Dommi del 1804, ha un incontro con Maddalena proprio a palazzo Canossa. Monsignore, resosi conto della eccezionale personalità della Marchesa, le propone inizialmente di proseguire una propria istituzione che già raccoglieva attorno a Leopoldina Naudet alcune giovani desiderose di servire il Signore. Maddalena a sua volta, presa dal sogno che le urgeva dentro, rivela all'uomo di Dio i propri progetti, meravigliandosi fortemente di questa sua insolita apertura con una persona che incontra per la prima volta.
58-59. Mons. Pacetti si rende subito conto che la Canossa non è destinata da Dio ad assumere l' opera che gli stava a cuore, ma a realizzare una sua missione specifica. Egli, scrive Maddalena, « non mi fece più parola del suo progetto, ma incoraggiò me a perseguire il mio ». E sarà proprio lui a sostenere e guidare la Marchesa fino alla definitiva approvazione ecclesiastica della sua istituzione.
60-61. L' aiuto viene a Maddalena contemporaneamente da due fronti: da Venezia mons. Pacetti, da Milano padre De Vecchi, il quale nell'autunno del 1804 è di nuovo a Verona e sia pur « con grande sacrificio » accorda a Maddalena « la compagna » desiderata, ma a una condizione. Così la Canossa alla contessa Cavriani: « La compagna da Dio mandatami e senza la quale, come ella ben vede, nulla potrei fare, è una signora nativa tedesca, la quale avendo dovuto abbandonare, per le politiche circostanze, il soppresso convento di questo santo Isttitutoin cui era sempre vissuta, è appoggiata da credo , dieci anni al Padre De Vecchi, da cui ciecamente dipende. Pel temporale poi è appoggiata ad una rispettabile casa in cui s'impiega in mille modi, e dove è carissima. Il detto Padre dunque non vuole che essa con me s'unisca, quando io non abbia un fondo onde assicurare alla stessa un annuo mantenimento in caso di mia morte, o che l'Opera cadesse, e mi domanda perciò 22.000 Lire venete. Ma io non ho fondo alcuno, non essendo stata lasciata padrona nemmeno del fondo della mia dote »[63]. E’ incerto se frattanto la ex religiosa attendesse l'esito della trattativa a Milano o se, « venuta a Verona, passasse qualche tempo al Ritiro »[64]. I
Questa seconda supposizione sembra più probabile dalle espressioni stesse di Maddalena: « me ne fu accordata una... mi riuscì di aver un colloquio con la medesima ».
62. Essa mi descrisse nella sua vastità l'Istituto primiero delle Sorelle della Carità. La descrizione di questo Piano primitivo, tuttavia, non provocò in me un' adesione piena, fonte di pace interiore, tranquillità e contentezza, come - secondo me -avviene nelle cose di Dio quando vengono proposte quelle medesime iniziative che il Signore interna- mente domanda.
63. Mi pare che si trattasse piuttosto di una convinzione !! puramente intellettuale, per cui non ebbi difficoltà, sia pure r per doverosi motivi, a tralasciare alcune cose stabilite nel c ; Piano che [la compagna] mi aveva fatto avere e sostituirne l altre ad esse corrispondenti. li
62-63. Maddalena, che da anni sogna una istituzione di carità non vincolata dalla clausura, coglie nella ex religiosa vincenziana, la Dama della Fede, una valida collaboratrice per la realizzazione dell’Opera. Questa “compagna “ le descrive ampiamente il Piano primitivo di carità di san Vincenzo dé Paoli, il suo sviluppo storico dopo la morte del santo, le linee essenziali delle opere di carità rivolte alle classi socialmente più povere della Francia di quel tempo[65].
Maddalena sente che gran parte di quel Piano di carità sintonizza con il proprio, ma quando dovrà stendere le Regole sarà necessario discernere, vagliare, adattare, ma soprattutto seguire l’ispirazione di quelle “iniziative che il Signore internamente domanda”.
L’espressione “per doverosi motivi” tradisce l’invito pressante del can. Pacetti a dare una normativa alla propria istituzione. La pace interiore che proverà nel cuore in seguito alle modifiche da apportare alle Regole delle Sorelle della Carità e la conferma che ne riceverà da mons. Pacetti saranno il segno che lo Spirito del Signore la muove e la guida.
Il canonico, che fin dal 1805 ha assunto per suggerimento dell’arciprete Galvani e per volontà della Canossa la direzione dell’Opera, così scriverà a quest’ultima per dissipare dal suo spirito ogni dubbio: “L’Opera vostra è sicuramente da Dio!”[66].
Pare che qui Maddalena accenni ai Riflessi che scriverà su alcuni articoli delle Regole delle Sorelle della Carità e sui quali mons. Pacetti aggiungerà le proprie osservazioni. E’ interessante notare come tutti gli articoli modificati corrispondano esattamente a quelle Regole che portano la data del 1801[67].
64-65. Lo spirito delle Regole delle Sorelle della Carità risponde « intimamente e pienamente » a quanto Maddalena sognava da sempre. L 'importante era adattare all'Italia e alla situazione storica e sociale del tempo i mezzi necessari ai bisogni spirituali del prossimo. Così Maddalena stessa nel Piano B 6-6 che si ritiene del 1799: « ...se al Signore piacerà di piantare quest'Opera si ha intenzione di cavarla da varie istituzioni ed in specie dalla prima Regola data da S. Francesco di Sales alle salesiane e da quelle delle Figlie della Carità di S. Vincenzo de' Paoli per le donne »[68].
Una « grande pace » accompagna il faticoso inizio dell'Opera anche quando « alcune iniziative le verranno negate ». Qui con tutta probabilità Maddalena accenna alla approvazione parziale che il vescovo di Verona mons. Avogadro aveva dato al vasto Piano da lei presentato.
Il prelato sconsiglierà un' azione concordata con don Leonardi circa l' assistenza agli infermi e la indirizzerà verso le scuole di carità per le quali Maddalena dice di provare una grande avversione (v. 43).
La Canossa obbedisce, ma in seguito il Signore le aprirà la strada anche per l'istituzione del terzo ramo di carità rivolto agli infermi .
Intanto custodisce nel cuore la gioia di aver trovato una istituzione tanto simile a quella dei suoi sogni.
66-67. L 'impostazione dell'Opera è ormai chiara nella mente e nel cuore di Maddalena. Ma all'atto di partire l'ombra del dubbio l'assale. Questa impresa così a lungo accarezzata non era forse una fantasia suscitata dall ' aria di Monte Baldo?[69]
L' arciprete Galvani di tanto in tanto poneva il piede sul freno, mentre mons. Pacetti la incoraggiava ponendo il piede sull'acceleratore. Dio era più dalla parte di quest'ultimo, poi- che « aveva ormai sciolto gran parte degli impedimenti che la legavano alla sua famiglia » .Così descrive Maddalena stessa il suo stato d'animo: « Ella troppo ben vede cosa tutto questo richiede per essere eseguito e io stessa per quanto lo desideri ne rimarrei spaventata se non venissi assicurata da chi tiene sopra di me le veci d'Iddio, che Dio vuole l'Opera e che la vuole col miserabile mio mezzo »[70]
Maddalena si associa a Dio e a chi lo rappresenta e stabilisce «con questa compagna di incominciare in tre l'istituzione ». Il 28 aprile così Maddalena alla Durini: « Se la santissima Vergine disporrà che ciò si effettui quand ' anche I volessero che tornassi la sera a casa a dormire, il passo è sempre bello, la scala comincia » [71].
[1] Cfr. Mons. Luigi Pacifico Pacetti, a M.d.C., 18 maggio 1814, Ep. IV/1, p. 711.
[2] M.d.C., a P. Domenico Maria Federici, 18 novembre 1791, Ep. I, p. 2.
[3] Ivi, pp. 2-3.
[4] Cfr. GIUSEPPE STOFELLA, o.c.., pp. 22-23.
[5] Cfr. M.d.C., alla cont. Matilde di Canossa in D'Arco, 14 maggio 1791, Ep. III/5, p. 3885.
[6] M.d.C., a P. Domenico M. Federici, 18 novembre 1791, Ep. I, p. 3.
[7] Ivi.
[8] Cfr. G. STOFELLA, o.c., p. 33.
[9] G. STOFELLA o.c., p. 38.
[10] Suor Luigia della Croce, a M.d.C., 20 agosto 1792, in A. CATTARI, Maddalena Gabriella dii Canossa, I.P.L., Milano 1984, p. 405.
[11] Cfr. Libera don Luigi, a M.d.C., 12 agosto 1792, Ep. III/5, p. 4160.
[12] Libera don Luigi, a M.d.C., 26 novembre 1792, Ep. III/5, p. 4166.
[13] Libera don Luigi, a M.d.C., 19 novembre 1792, Ep. III/5, p. 4165.
[14] Libera don Luigi, a M.d.C., dicembre 1792, Ep. IlI/5, p. 4169.
[15] Libera don Luigi, a M.d.C., 16 giugno 1793, Ep. IlI/5, p. 4175.
[16] Libera don Luigi, a M.d.C., 27 giugno 1793, Ep. IlI/5, p. 4176.
[17] Libera don Luigi, a M.d.C., 29 luglio 1793, Ep. IIV5, p. 4177.
[18] Libera don Luigi ( tra luglio e settembre 1793) , Ep. III/5, p. 4179.
[19] 19 Libera don Luigi, a M.d.C., 5 aprile 1793, Ep. III/5, p. 4174.
[20] Termidoro: luglio 1794.
[21] Cfr. Libera don Luigi, a M.d.C., 26 gennaio 1795, Ep. III/5, p. 4186.
[22] 1 giugno 1796.
[23] 17-23 aprile 1797.
[24] Libera don Luigi, a M.d.C., 2 ottobre 1796, Ep. III/5, p. 4209.
[25] Tb. 12,12.
[26] Sl.50,15.
[27] Mc. 16,15.
[28] Cfr. Libera don Luigi, a M.d.C., 2 ottobre 1796, Ep. III/5, p. 4208.
[29] M.d.C., ad A. Schiavoni, 21 maggio 1821, Ep. II/2, p. 1325.
[30] Es. 25,40: questo versetto biblico è riportato in un libro di Esercizi spirituali, rilegato in pelle, risalente al sec. XVIII. Raccoglie meditazioni sulla passione di Gesù Cristo attribuibili a un predicatore di origine veneta (cfr. p. 250). L'ultima meditazione (p. 397) inizia con il versetto biblico: « Inspice et fac secundum Exemplar quod tibi in monte monstratum est » (cfr. A3, IIIa, A.C.R.). Con tutta probabilità si tratta del « libretto » cui allude Maddalena e che costituisce il mezzo usato da Dio per illuminarla sullo spirito dell'Istituto.
[31] Libera don Luigi, a M.d.C., 4 maggio 1798, Ep. III/5, p. 4220.
[32] Libera don Luigi, a M.d.C., 26 gennaio 1795, Ep. III/5, pp. 4186-4187.
[33] Cfr. Libera don Luigi, a M.d.C., 4 settembre 1798, Ep. III/5, p. 4227.
[34] Cfr. Libera don Luigi, a M.d.C., 5 luglio 1799, Ep. III/5, p. 4231
[35] M.d.C., Ep. II/2, p. 1415.
[36] Libera don Luigi, a M.d.C., 14 dicembre 1799, Ep. 111/5, p. 4234.
[37] Libera don Luigi, a M.d.C., 14 dicembre 1799, Ep. III/5, p. 4234.
[38] Libera don Luigi, a M.d.C., 14 dicembre 1799, Ep. III/5, p. 4234.
[39] Ivi.
[40] Cfr. M.d.C., alla Durini, 1 marzo 1801, Ep. I, p. 29.
[41] Cfr. M.d.C., alla Durini, 10 marzo 1801, Ep. I, p. 32.
[42] M.d.C., alla Durini, 6 maggio 1801, Ep. I, p. 32.
[43] Cfr. M.d.C., alla Durini, 22 agosto 1801, Ep. I, p. 77.
[44] M.d.C., alla Durini, 6 settembre 1801, Ep. I, p. 80.
[45] M.d.C., alla Durini, 22 agosto 1801, Ep. I, p. 77.
[46] M.d.C., alla Durini, 6 settembre 1801, Ep. I, p. 80.
[47] Cfr. M.d.C., alla Durini, 10 ottobre 1801, Ep. I, p. 86.
[48] M.d.C., alla Durini, 25 luglio 1802, Ep. I, p. 143.
[49] Cfr. Contratto di compra-vendita della Casa in contrada s. Zeno Oratorio, A3, XVIII, A.C.R.
[50] M.d.C., alla Durini, 19 novembre 1802, Ep. I, p. 160. 36