Cap 1

Cap 3

   

MEMORIE   DI   MADDALENA   DI    CANOSSA

                                                                      

                                                                              Capitolo II                                                                               

 

PRIMA FONDAZIONE: VERONA

 

 

SCIOLTA DA LEGAMI DI FAMIGLIA

 

1. Tentai infatti il passo, che mi costò moltissimo, ma ,  per quella volta tutto fu inutile; 2. potei ottenere solamente  la promessa di un eventuale permesso di seguire la mia vocazione quando avessi trovato un ambiente migliore di quello di cui allora disponevo.

3. Ottenni però maggior libertà di trattenermi con le mie ragazze, specialmente nel tempo della villeggiatura.

4. In quest'occasione ebbi molto da soffrire, tanto da sembrarmi che la salute non avrebbe retto, se Dio in quella mia grande afflizione non mi avesse sostenuta nell' orazione. 5. In essa non solo mi faceva intuire che Egli meritava tutto, ma anche mi consolava con una certa premura e tenerezza d' affetto, per cui, benchè mi sentissi del tutto isolata, stetti forte nel mio proposito. 6. Per il momento dovetti tuttavia tornare a casa e differire a più tardi l'inizio dell'Opera.

7. Intanto Dio dispose che mi venisse proposta una persona che sembrava avere tutte le qualità necessarie alla  collaborazione; ma siccome riguardo all'interna sistemazione dell'Opera il modo di vedere della prima non s'accordava con quello della seconda, il progetto s'intralciò ancor più, 8. tanto che la prima compagna si volse ad altra soluzione. Io poi fui consigliata ad abbandonare anche la seconda, e rimasi nuovamente sola.

9. Questa volta non mi fu troppo difficile obbedire, non solo perchè avevo qualche dubbio sulla sua vocazione, ma anche perchè prevedevo di dover incontrare difficoltà senza  numero e umiliazioni di ogni sorta per unirmi a lei; 10. perciò, non essendo io amante del patire, non mi costò molta  fatica lasciarla.

 

 

« I MIEI SANTI PROTETTORI »

 

 

11. Fu precisamente allora che presi ad onorare la Vergine santissima sotto il titolo di « Addolorata »; della Madonna, infatti, io ero sempre stata fin da bambina amantissima e devotissima. 12. Credo proprio che la devozione a Maria invocata sotto questo titolo mi sia derivata dalla mia seconda compagna.

13. Risale pure a questo tempo la mia devozione ai Santi protettori dell'Opera, cioè a san Francesco d' Assisi, a san Michele Arcangelo e a san Gaetano.

14. Riguardo al primo, trovandomi, benchè non ne avessi voglia, in situazione di grande sofferenza nei miei vani tentativi di rispondere alla mia vocazione, non avendo altro sollievo che l' orazione, frequentavo assiduamente, data la  vicinanza, la chiesa di S. F rancesco.

15. Un giorno, mentre facevo orazione, mi sentii internamente mossa a prendere questo Santo per mio avvocato e lo pregai a farmi da padre.

16. Di ciò non feci parola ad alcuno; tuttavia qualche giorno dopo, mi pare durante la confessione, il mio confessore mi disse di raccomandarmi a san Francesco e di prenderlo per padre. 17. In seguito, parlando ancora con il mio Direttore, senza che egli sapesse delle mie precedenti ispirazioni, convenimmo entrambi di prendere questo Santo come avvocato e padre; non però nel senso di ispiratore delle Regole.

18. Lo stesso mi accadde riguardo a san Michele; facendo orazione, lo presi come difensore dell'Opera, e la prima volta, per quanto mi ricordo, che andai dal mio Direttore, questi mi domandò se ero devota del grande Arcangelo Michele e mi disse appunto di prenderlo per protettore.

 

19. La devozione a san Gaetano mi venne, invece, dall'aver letto la sua vita da giovanetta; sentendomi spinta ad imitarlo nella dilatazione dell' amore di Dio e del bene delle  anime, gli conservai sempre molto affetto.

 

 

IL SOSPIRATO RITIRO

 

 

20. Superate quindi moltissime contraddizioni, ottenni, dopo quasi due anni, una località adatta.

21. Dal mio Direttore poi mi fu trovata una compagna dotata di ogni buona qualità e, con altre sue compagne, ottenuto pure il consenso della mia famiglia, mi trasferii in detto luogo.

22. Quest'ultima compagna mi fu procurata non dal mio Direttore abituale, ma da un sacerdote venuto da fuori, al quale il mio Direttore mi aveva comandato di obbedire e col quale egli mi aveva permesso di consigliarmi liberamente. 23. Ma il mio Direttore, pur esortandomi sempre ad obbedirgli, era di opinione che Dio volesse da me un' altra opera e non quella iniziata.

24. Io, però, sia perchè convinta del giusto discernimento di tal sacerdote (mons. Pacetti) sia perchè assai desiderosa di separarmi dal mondo e dar inizio all'Opera, vi ero entrata molto volentieri.

25. Quando però vi fui, mi comportai come sempre, affezionandomi moltissimo alla compagna che, provvisoriamente però, mi era stata data. 26. Essa lo meritava sotto ogni rapporto; ma, poichè aveva una vocazione diversa dalla mia, a causa di questo affetto intralciai l' opera di Dio.

27. Da chi mi dirigeva avevo avuto l'ordine di scrivere le Regole della nuova Istituzione se non che, convintissima che la mia compagna fosse più di me illuminata circa l' ordinamento interno, mi adattai in gran parte al suo modo di pensare, restando ferma pur tuttavia in varie cose essenziali, 28. e scrissi in base a detto piano un piccolo regolamento; 29. ma prima di proseguire voglio chiarire un particolare.

30. Appena questa mia compagna fu a Verona (venuta, secondo me, per stabilirvisi), sentendone parlare in modo da farmi nascere il dubbio che non ci saremmo unite di pensiero, ne fui afflittissima, rimproverandomi la mia poca fiducia in Dio, a motivo della quale tanto avevo desiderato tal compagna.

31. Andai, secondo il solito, nella chiesa di S. Francesco a pregare Maria santissima, e conobbi con chiarezza che questa compagna non sarebbe rimasta con me, cosa che poi spesso mi rattristava.

32. In seguito, con il consenso di chi mi dirigeva, trattai di unirmi veramente con essa, ma quando giunse il momento di concludere, non so se per l'amor proprio che mi rendeva difficile l' assoggettarmi o se perchè effettivamente Dio non lo voleva, sentii la stessa fortissima contrarietà interna già altre volte sperimentata quando Dio, in altre cose, voleva manifestarmi la sua volontà.

 

INVITO A VENEZIA

 

33. Trascorsi tranquillamente due anni nel mio ritiro , contentissima di esservi, dopo i quali il Signore nell' orazione, con dolcezze straordinarie e con vivo desiderio di operare per le anime, mi dispose al primo viaggio a Venezia.

34. Quando però giunse il momento di partire, non avendo il coraggio di lasciare la mia compagna, non corrisposi per nulla alle misericordie del Signore. 35. Partii, tuttavia, ma con grande angustia, sempre desiderando di tornare al più presto al mio ritiro.

36. Vi tornai, infatti, dopo due mesi, e ci volle allora tutta la forza dell' obbedienza per mettermi in pace, sembrandomi di aver trascurato il bene delle anime per assecondare il mio genio, benchè niente avessi fatto secondo il mio parere.

37. Proposi allora ripetutamente che, se Dio mi avesse posta un'altra volta nella possibilità di operare, avrei lasciato che l' obbedienza facesse tutto da .

38. Passò così un altro anno, durante il quale stetti volentieri nel mio ritiro, per il bene del quale mi sembrava utile la mia presenza, benchè mai dimenticassi l'Istituzione delle Sorelle della Carità.

 

NELL 'ORAZIONE

 

39. Trascorso questo anno, il Signore cominciò a stringere più che mai la mia anima nell' orazione; ma, poichè non ricordo distintamente le cose, scriverò solo di quelle che mi vengono alla memoria.

40. Una volta mi trovai unita con Dio così intensamente, con un sentimento di amore tanto forte, che quasi non avvertivo ciò che succedeva intorno a me; 41. l' esito della cosa fu che mi sentii spinta a non cercar altro che Dio solo e ad impiegarmi per il prossimo. 42. La forza di quel sentimento perdurò uno o due giorni: tutto il mondo mi pareva polvere ed ero persino imbarazzata a dover mangiare.

43. Altre volte, pure nell'orazione, sentendo o l'affetto verso Dio o la brama della salvezza delle anime, mi offrii al Signore, forse con una certa presunzione, di andare in qualunque luogo, promettendogli di non fare come al solito.

44. Venendo esortata dal mio Direttore a fare la volontà di Dio, mi sentivo disposta a compierla volentieri, col desiderio esclusivo che Dio fosse glorificato. 45. Tanto mi sentivo spinta a cercare la salvezza del prossimo che mi offersi al Signore, purchè tutti si salvassero, di stare in purgatorio fino al giorno del giudizio, accontentandomi che, di tanto in tanto, mi facesse sapere che Egli era servito e glorificato e che le anime venivano salvate. 46. Giunsi ad offrirmi di stare alla porta dell'inferno purchè, fino a quello stesso tempo, nessuno vi entrasse.

47. Nel corso di quel medesimo anno frequentemente,  mentre facevo orazione, mi sentivo portata e spinta ad imitare Gesù Cristo, prevenuta talvolta da quella stretta unione interna con Dio, accompagnata da sentimenti di amore.

48. AI desiderio della imitazione di Gesù Cristo si univa quello di lasciare ogni cosa, in particolare il mio ritiro e tutto ciò che possedevo. 49. Mi sembrava infatti che, a causa della mia debolezza e del grande affetto alle compagne, non mi fosse possibile servir Dio con la perfezione che Egli mi domandava, rimanendo nel luogo in cui mi trovavo.

50. Mi sentii pure stimolata a desiderare di non aver più pensieri nemmeno per le cose temporali, ma, lontana da tutto e da tutti, non aver altra premura che per la gloria di Dio e la salvezza delle anime, abbandonando a Lui il pensiero di ogni altra cosa.

51. Gli promettevo allora che, se mi avesse messa in  questo stato, avrei accettato e persino cercato da parte mia , anche le umiliazioni.

52. Desideravo inoltre privarmi di tutto il mio per vivere  di carità e così avere maggiori occasioni di distacco e di umiliazione.

53. L 'impressione che mi restò di questa orazione fu così forte che bastò poi a sostenermi, come a tutt' oggi mi  sostiene, in mezzo alle prove e difficoltà che il Signore effettivamente ha voluto all'inizio e nella continuazione di quest'Opera, fino a questo momento.

 

 

 

 

COMMENTO

 

1-2. Maddalena tenta il distacco dalla famiglia in una  occasione che ritiene la più propizia: « ...doveva venire a Verona l’Iperatore Napoleone e doveva venire ad abitare in casa nostra, io proposi al Padre De Vecchi ed al Signor Arciprete se avessero creduto meglio che aspettassimo allora a dichiarare la mia vocazione alla famiglia, giacchè io avevo ottenuto da mio fratello di poter in quei giorni andare ad abitare nella casa delle mie ragazze, dovendo lasciare vuota la casa per servizio del Sovrano. Ed io volevo tentare, poichè il distacco era fatto, di restare allora con le ragazze e dar principio... all'Opera »[1].

L'imperatore giunge a Verona il 15 giugno 1805. Dopo la sua partenza, Maddalena fa annunciare ai Canossa di non voler più tornare a palazzo. « Questa ambasciata fu ricevuta con sommo dispiacere e mi fecero rispondere che assolutamente non mi volevano permettere un tal passo in simile modo singolarmente, e mi dissero che... quando non abbia un locale adattato... alla mia famiglia non mi darebbero mai questo consenso, ma sopra ogni altra cosa volevano che io ritor- nassi subito a casa »[2].

Era figlia dei Marchesi Canossa, il nobile casato imparentato ai più illustri nomi delle città italiane. Anche per questo motivo, gli otto giorni passati presso le sue ragazze furono giorni di tensione e sofferenza profonda. Tornò in famiglia e per quella volta il tentativo fallì.

 

3. Maddalena, prima di tornare a palazzo e anche dopo, mostrò « d'essere risolutissima di continuare la sua strada »[3].

Lo zio Gerolamo che, per il grande affetto, aveva intuito  la decisione irrevocabile della nipote, le assicura che sarà d'ora innanzi padrona della sua libertà, ma in casa[4]. Soprattutto più libera di gestire se stessa nei periodi in cui i Canossa  passavano alla villa Grezzano. E pare che la villeggiatura fosse piuttosto lunga se il 28 aprile del 1806 Maddalena così comunica alla Durini: « ...la mia famiglia è disposta a passare in  breve in campagna per qualche mese e a lasciarmi in città ed anche con le mie ragazze »[5]

 

4-6. Il Signore con il mezzo dell'orazione sostiene Maddalena in salute e nella sua « grande afflizione ».

Ai contrasti familiari si aggiunge il rimprovero di don Galvani il quale le dice « ...che aveva troppo precipitato le cose, che per ora non vuole non entri più ne in contratto della casa, ne che faccia più alcun passo, solo che faccia orazione e che aspetti egualmente i mezzi e il tempo da Dio solo »[6].

Sotto il peso di « questo nuovo comando » Maddalena teme di « non impedire tanti peccati » come potrebbe fare iniziando l’ Opera, e di conseguenza ciò che le dà « maggior pena è il timore di non fare la volontà di Dio »[7] .

In questo stato di isolamento e di acuta sofferenza Dio la consola interiormente con « premura e tenerezza d'affetto » e la sostiene nel suo proposito che è anche quello di Dio.

 

 

 

7 -8. Maddalena non fa nomi di persone. Rimarrà sempre  anonima la compagna tedesca, Dama della Fede, « accordata » da padre De Vecchi, e quella che « Dio dispose » venisse proposta da don Galvani, tutte e due destinate a scomparire come collaboratrici nell 'Opera. Le due teste, commenta il Piccari, non andavano d' accordo riguardo alla conduzione interna del Ritiro: « La nuova venuta aveva idee personali... ed era un tipo di donna autoritaria »[8]. Maddalena non può conciliare i due caratteri, costretta com' è dalla famiglia a « ritornare due volte al giorno a casa... Questa dilazione è uno svagamento continuo. ..per conseguenza per la mia santificazione personaIe bramo la fine di questo affare »[9]. I « Il progetto s'intralciò ancor più », tanto che la Dama  della Fede « si volse ad altra soluzione » e la seconda venne  per consiglio di mons. Pacetti licenziata[10]. Maddalena è ancora sola.

 

9-10. Il consiglio di licenziare la seconda compagna coincide con un suo dubbio circa l' autenticità di una sicura chiamata di Dio. Prevedeva inoltre difficoltà insormontabili e « umiliazioni di ogni sorta » da parte di chi era stata costituita « di fatto superiora del Ritiro »[11].

La carità di Maddalena copre con la dichiarazione di non essere « amante del patire » le reali difficoltà di carattere delle compagne e forme tali di gelosia da « non permetterle più che rare e fuggevoli visite »[12] in quella casa in cui aveva posto tutte le speranze per il proprio futuro.

 

11-12. Maddalena non mette in evidenza alcun aspetto negativo della « seconda compagna », ma sottolinea che ha risvegliato in lei un amore particolare alla Madonna Addolorata di cui fin da bambina è stata « amantissima e devotissima ». Nella prefazione alla Regola diffusa che, secondo una  testimonianza scritta di Angela Bragato, la Canossa detterà  « poco tempo prima di morire »[13], presenterà la Vergine sotto il titolo di « Madre della Carità sotto la Croce » L' amore di Maria per Cristo agonizzante e per gli uomini peccatori sarà l'aspetto che coglierà al di là e al di sopra di quello del dolore. La cantà che il Cristo riversa nel cuore di Maria comprende e supera lo strazio di vederlo agonizzare.

 

13-14. In questo periodo Maddalena scopre l'efficacia dei santi nella propria vita. È uno dei periodi spiritualmente più critici e il suo spirito trova conforto solo nell'orazione. Frequenta con assiduità la chiesa di S. Francesco d'Assisi, oggi scomparsa, che, data la vicinanza al palazzo Canossa, si presume fosse quella situata lungo un' antica via denominata il Corso.

 

15-17. L'impulso interiore di prendere san Francesco come avvocato presso Dio e come padre le viene confermato da don Nicola Galvani, suo confessore, dopo alcuni giorni. Maddalena non aveva rivelato ad alcuno queste sue ispirazioni, ma lo Spirito Santo che guida entrambi sigilla quella sua mozione procurandole uno spirituale conforto. San Francesco sarà il padre della sua anima, ma non l'ispiratore delle Regole. Gli sarà figlia spirituale per il suo amore a Cristo Crocifisso, ma non per la forma di povertà, che nel suo Istituto sarà concepita sì come sobrietà, ma anzitutto come cammino di distacco interiore, di costante sentimento della provvisorietà della vita e come attaccamento sempre vivo e profondo a Dio solo.

 

18. Anche per la scelta di san Michele Arcangelo come difensore dell'Opera si verifica il perfetto accordo tra la mozione interiore e il susseguente consiglio del direttore, di prendere cioè il Santo come protettore dell 'Istituto nascente. Nella Regola che scriverà nel 1812 a Venezia la Fondatrice definirà san Michele Arcangelo « Protettore della Chiesa universale e dell'Istituto »[14]. E nella prima formula dei voti ogni sorella « fa la propria consacrazione a Dio alla presenza di Maria Santissima, di san Michele Arcangelo... »[15].

 

19. La vita di san Gaetano da Thiene letta da giovanetta esercita un forte influsso sullo spirito e sull'Opera di Maddalena.

Molto ha operato il Santo per il bene delle anime: alla Giudecca in Venezia apre l 'Ospedale degli Incurabili e un secondo a Roma. Si interessa dell'assistenza agli orfani. Inviato missionario a Napoli, organizza ospedali, apre ospizi, e muore venerato da tutti per la sua squisita bontà e carità.

La devozione di Maddalena a questo Santo può derivare dal fatto che veniva onorato come santo veronese di adozione. Egli infatti in una delle sue tre permanenze nella città di Verona istituisce un ospedale per i poveri infermi. N ella chiesa di S. Nicolò ha un culto particolare.

Maddalena intende imitarlo soprattutto nello zelo per la « dilatazione dell'amore di Dio » e per le opere di misericordia esercitate a favore dei più bisognosi.

 

20. Dopo il tentativo fallito di distacco dalla famiglia nel giugno del 1805, Maddalena pone gli occhi su un monastero che il Decreto napoleonico del 28 luglio 1806 chiuderà, costringendo le Eremitane di S. Agostino, dopo due secoli dalla fondazione, a unirsi alle Eremitane di Porta S. Giorgio.

E’ il monastero dei SS. Giuseppe e Fidenzio, situato nella , contrada S. Zeno presso la omonima basilica. E’ il « locale decente » che i marchesi Canossa attendono per concedere a Maddalena il definitivo consenso.

Fin dal giugno 1805 così scrive Maddalena all'amica Durini: « Vi confesso, mia cara, che un locale a proposito l'avrei, ma siccome, purtroppo, qui molto si parla di restrizioni di monasteri, non ho voluto approfittarmene... Sinceramente io vorrei che lasciassero tranquilli i poveri conventi, ma in una disgrazia, piuttosto che vadano in mano d' empi, è meglio, io penso, che ne prenda uno per un'opera santa ed io ho sempre un tal timore di danneggiare le monache. ..»[16].

Nel 1806 così mons. Pacetti, sempre riguardo al monastero: « Nell'acquisto del monastero state pure sicura che fate il meglio che può desiderarsi. ..»[17].

Ma come affrontare un costo che, anche se venisse ridotto, è sempre così alto? « Avrei desiderato, mia cara, fare... l'acquisto del convento, ma la scarsezza dei miei modi me lo rende impossibile per ora »[18]. E ancora nel 1807: « La necessità estrema della povera contrada di S. Zeno mi costringe a fare il tentativo di fare l' acquisto della località, giacchè in qualche modo mio fratello adesso pare disposto ad assistermi[19] » .

Quando sembra possibile prendere il monastero, almeno in affitto, il Demanio ricusa concederlo[20]. Le difficoltà sembrano insormontabili. Maddalena ricorre come sempre alla preghiera e in particolare alla intercessione della sua Avvocata Maria Santissima: « ...la vostra Maddalena si trova estremamente bisognosa d'orazione... Per carità pregate e fate pregare per me »[21]. « Quante catene,. mia cara, mi allontanano dalla mia povera Opera. Pregate il Signore di affrettare le di lui misericordie sopra di me con lo spezzarle in un sol colpo tutte »[22] E ancora: « ...per canta, mia cara, pregate, ma molto, la santissima Vergine per me »[23] « ...Pregate e fate pregare per  la vostra Maddalena e per la conclusione di questo affare »[24]. E la Vergine, a cui Maddalena attribuirà l' esito di tutti i  suoi affari, del nascere e fiorire dell 'Istituto, risponde dal cielo  con due occasioni propizie.

L'Imperatore Napoleone con il principe Eugenio Beauharnais, nominato Vicerè d'Italia nel 1805, è ospite in meno di un mese due volte a palazzo Canossa: il 27 novembre e il 13  dicembre 1806. La prima volta Maddalena viene presentata ai  Sovrani per lo spazio di « due minuti », ma « intorno all'oggetto dei nostri desideri, scriverà alla Durini, nulla ho saputo, potuto fare »[25].

La Marchesa non desiste da un secondo tentativo. E questa volta per iscritto così comunica al marchese Carlotti: « ...mi determinai a far presentare al Principe [Eugenio Beauharnais] un Memoriale nel quale gli domandai per atto di grazia di poter essere abilitata a fare questo acquisto con ribasso della stima. ..Mio fratello glielo presentò nel momento che era per partire; Sua Altezza lo consegnò al segretario in fretta senza leggerlo »[26].

In data 13 dicembre si offre a Maddalena la seconda possibilità di un incontro con Napoleone da lei così descritta: « ...il Vice Re mi presentò all'Imperatore... ma fu così di volo che in un minuto parlò con tutti e partì; per conseguenza nulla potei fare »[27].

Finalmente dopo altre trattative, trepidazioni e difficoltà giunge a Maddalena il 1° aprile 1808 il sospirato Decreto di cessione ad opera di Eugenio Beauharnais, Vicerè d'Italia[28].

 

21. Maddalena entra nel sospirato monastero 1'8 maggio 1808. Il giorno memorabile viene notificato all'amica di Milano alcuni giorni dopo: « Mi ritrovo da 12 giorni... nella nuova località, avendo fatto dire la prima Messa il giorno del patrocinio di s. Giuseppe sotto il cui nome è il monastero. Potete credere che non manca l'occupazione e ritrovandomi nel centro della contrada il concorso è grande »[29].

Mons. Pacetti presentò alla Canossa, come aiuto nella nuova sede dell'Opera, Leopoldina Naudet e altre sue compagne. Ve le aveva condotte da Venezia lo stesso Canonico il quale, avendo ricevuto durante la Celebrazione eucaristica « un lume del cielo » secondo cui Leopoldina sarebbe stata « destinata a formare in Verona un nuovo Istituto religioso »[30], pensava forse a una possibile intesa con la Canossa per un comune ideale di bene. Maddalena « ricevette le nuove venute  come angeli del cielo »[31].

L 'Opera poteva così avviarsi senza preoccupazioni. Il 30 maggio così scrive al fratello Bonifacio che la invita in villa al Grezzano: « Vi ringrazio delle vostre gentili esibizioni rapporto ad una visita al Grezzano... ma le occupazioni crescono  ogni giorno e non mi è possibile muovermi da S. Giuseppe. Io  sto benissimo “[32]. Il taglio con la famiglia appare ora definitivo.

 

22-23. Maddalena accenna in maniera anonima a due direttori: quello « abituale » è don Nicola Galvani e quello « venuto da fuori » è mons. Luigi Pacifico Pacetti. L' arciprete Galvani, che aveva preso il posto di don Libera nella direzione ordinaria di Maddalena ma che non aveva « lume bastante » circa la sua vocazione, « sia riguardo al tempo, sia riguardo al modo di eseguirla »[33], lascia la direzione dell'Opera nelle mani di mons. Pacetti: « Mi dice il signor Arciprete... che una vocazione certamente la vede, che gli pare sia quella che io penso, ma che di certo non lo sa, desidera perciò la di lei decisione »[34]. Obbedire per quanto riguarda la conduzione dell'Opera a mons. Pacetti è un comando dell'arciprete Galvani. La posizione di quest'ultimo è un po' quella di chi, in disparte, attende che le rose, se son tali, fioriscano.

 

24. Maddalena, che ha un « giusto discernimento » della linea direttiva di mons. Pacetti, che sente coincidere con la volontà di Dio, dà decisamente inizio all'Opera, nonostante le chiare incertezze del Galvani.

Così scrive al Pacetti quando l'Opera era ancora situata in via Regaste: « Ubbidendo al signor Arciprete, e tenendo l'affare così sospeso, ho timore di non impedire tanti peccati come lo potrei fare se l'opera si cominciasse anche privatamente, non potendo noi ricevere maggior numero di ragazze  da educare da istruire per mancanza di luogo e di  soggetti, cose irrimediabili per tante circostanze sino che non ci sono. E si tratta d'insegnar loro che c'è Dio, perchè molte non sanno neppur questo, si tratta di levarle da scuole dove adesso sono, nelle quali perdono quasi direi prima dell'uso di ragione l'innocenza e la purità »[35].

Le ragazze interne desiderose di educazione e di istruzione religiosa erano cresciute sensibilmente. Nel 1802 erano otto[36], nel 1807 undici. Nel 1809 saranno in sedici. Nel giorno della cerimonia dell'inaugurazione, 1'8 maggio de11808, « finita la Messa e la colazione, si aprirono le porte del monastero e fu una vera invasione di donne e fanciulle. Bastava che presentassero il titolo della povertà materiale o spirituale, per poter essere immediatamente accolte e coperte di premure »[37].

25-26. Maddalena e Leopoldina s'intesero benissimo sul piano affettivo e su quello operativo. Di questo primo periodo di vita trascorso insieme nel nuovo monastero si trovano molte lettere scritte di pugno da Leopoldina e firmate dalla Canossa[38].

Anche le compagne della Naudet sembravano sintonizzarsi assai bene riguardo alle opere apostoliche. Le sorelle Gagnère lavoravano alacremente in aiuto della signora Marchesa. Maria Sofia era ritenuta un'abile catechista per le ragazze di S. Zeno che affluivano sempre più numerose nel monastero di S. Giuseppe. A lei si deve la prima stesura del catechismo sia in forma succinta che analitica[39].

Il consiglio del canonico Pacetti di unificare i due gruppi sembrava allora il più saggio che si potesse pensare e realizzare. Ma, pur « affezionandosi moltissimo » alla compagna, Maddalena sa- peva che Leopoldina le era stata data « provvisoriamente ». « La Naudet infatti aveva accettato di entrare in S. Giuseppe con due chiare condizioni: condurre le sue compagne, far sempre comunità con le sue, aiutando l’Opera della Canossa, ma cooperando all 'Istituto a cui conoscevasi dal Signore eletta a fondare »[40].

Maddalena rimprovera a se stessa il fatto di essersi troppo affezionata alla nuova e stimatissima compagna e di aver così intralciato a e a lei l'opera di Dio.

 

27. « L 'ordine di scrivere le Regole della nuova Istituzione » viene dato dal Pacetti alla Canossa fin da questo definitivo trasferimento dell'Opera in S. Giuseppe. Ma l'innata modestia di Maddalena, l'alta stima che nutre per le doti naturali e soprannaturali di Leopoldina e il conseguente affetto la inducono ad adattarsi alla mentalità della compagna la quale, eletta fin dall'inizio Superiora della Casa, organizza la vita interna delle compagne in base ad un abbozzo di regolamento che, pur salve le « cose essenziali », è più conforme al suo spirito che a quello della Canossa. Il tentativo di una fusione dei due gruppi era più nella mente segreta del canonico Pacetti che nello spirito delle due future fondatrici. Il tempo evidenzierà più chiaramente la volontà di Dio. I due gruppi sono intanto così formati: dalla parte della Canossa stanno in ordine alfabetico: Bragato Angela, Caccia Stella, Faccioli Domenica, Giarola Metilde, Mezzaroli Elisabetta, Simoncelli Ottavia , Tomba Maria, Traccagnini Angela; dalla parte della Naudet:

Bussetto Maria, Canton Chiara, Gagnère Maria Sofia, Gagnère Adelaide, Sacchetti Anna, Vichi Geltrude

 

28-29. Maddalena dichiara di aver redatto « un piccolo  regolamento ». Potrebbe trattarsi del Piano della Congregazione delle Sorelle della Carità per la città N.N. che nell'Archivio Canossiano di Roma segue immediatamente il Piano grande i (1799) e porta il timbro e la firma del Notaio di Verona,  Albasini, il quale aggiunge di suo pugno: « Concordat cum originali » .Tale Piano sembra un primo abbozzo di istituzione, a cui farà seguito nel 1812, oltre ai Rìflessi, la prima  stesura delle Regole che la Fondatrice detterà a Venezia al sacerdote Bonlini

A parte le ormai diverse linee operative delle due future fondatrici, la vita doveva scorrere serena e tranquilla se Maddalena, scrivendo all'amica di Milano, così si esprime: « Mi trovo sempre più contenta del mio soggiorno e della mia situazione »[41].

L 'attività apostolica intensa assorbe i due gruppi nell'unico scopo che li riunisce: educazione delle ragazze interne e  scuola a tutte le sanzenate che invadono letteralmente la casa.  Leopoldina ha organizzato la vita interna dei due gruppi « con senso pratico e con un tatto finissimo »[42]. La direzione spirituale di tutte viene dal trentenne don Gaspare Bertoni, « uomo d'orazione e di profonda vita interiore, discepolo prediletto di don Galvani »[43].

 

30- 31. Qui Maddalena chiarisce un particolare che risale agli inizi dell'incontro con la Naudet. Da voci che corrono sulle compagne le sorge il dubbio che l'intesa non sarebbe stata così felice come avrebbe desiderato. E, in forza del dono di chiaroveggenza che lei stessa ammette di aver spesso da parte del Signore, anche in preghiera, conosce chiaramente che Leopoldina non sarebbe rimasta nell'Opera. Tale pensiero le procurava spesso afflizione e tristezza.

 

32. La stima sincera che conserva inalterabile per la Naudet, l' affetto profondo che nutre per lei, la volontà di unirsi al suo modo di pensare e di governare le sue stesse figlie in accordo sempre con il Canonico che favorisce indirettamente tale fusione, non bastano a soffocare la « fortissima contrarietà interna » che spesso prova quando Dio vuole manifestare anche in questo modo la sua volontà. In ogni evento umano che Maddalena è costretta a vivere Dio rimane il regista, nascosto ma operante, nella conduzione dell'Opera.

E’ un'esperienza ormai nota del modo di procedere di Dio. L 'occhio spirituale di Maddalena interroga sempre, al di sopra di ogni interesse proprio, la volontà del Signore: « Il forte sta di conoscere veramente la volontà di Dio e dove più possa farsi un maggior bene »[44].

 

33. Due anni di tranquillità, di contentezza al superlativo, due anni di fedeltà quotidiana al Signore nella preghiera, che sfociano in esperienze di « dolcezze straordinarie » come dono dall'alto e un crescente « desiderio di operare per le anime ».

E’ l'inizio di un cammino spirituale nuovo nel quale Dio stesso prende possesso dello spirito di Maddalena e la conduce, senza resistenze, verso mete che si faranno lungo la via sempre più chiare, luminose e uniche.

Il 1810 è l'anno in cui i conti Cavanis invitano la Canossa a Venezia per dare inizio a una scuola di carità per ragazze povere, parallela a quella maschile da poco avviata[45]. Ma al di là anche della conferma del Canonico, Maddalena avverte interiormente che Dio stesso la chiama. Lui « mi dispose al primo viaggio a Venezia ». Alla Durini comunica che il canonico Pacetti le ha « scritto essere necessario che mi trovi colà [Venezia] alla fine di questo mese »[46].

 

34-35. Nonostante la sofferenza causata dal distacco dal suo amato ritiro di Verona e dalla compagna a cui, come scrisse, si era affezionata moltissimo, 1'11 maggio del 1810 parte per Venezia: « Vi scrivo al momento di partire... Venerdì sera sarò a Venezia, a Dio piacendo, e sabato, essendo il giorno ove si comincerà qualche bene, raccomandatemi e fatemi raccomandare al Signore, acciò ogni cosa riesca bene »[47].

Maddalena è ospite a Venezia di dama Priuli, la quale collaborerà in seguito a molteplici attività caritative della Canossa. Il pensiero è rivolto spesso alla casa che ha lasciato a Verona: « ...è cominciata da cinque giorni la scuola. Quando  questa sarà un poco istradata, tornerò però a casa, se al Signore piacerà”[48] .

 

36. Il 10 luglio 1810 Maddalena è già ritornata a Verona:  « Mi ritrovo finalmente a Verona, mia cara Carolina, dopo un viaggio in ottima salute »[49]

L' assale però il dubbio di aver trascurato un miglior bene possibile da farsi a Venezia pensando nostalgicamente a Verona  e di aver assecondato un proprio « genio », quello di orga- nizzare l'istituzione delle inferme dell'ospedale con un gruppo di signore veneziane[50].

37. Un esame accurato sulle motivazioni profonde delle sue decisioni, in cui vede affiorare una personale inclinazione  e un proprio « genio », le fa proporre di abbandonarsi per il  futuro solo e sempre all'obbedienza. Sarà ormai l' obbedienza a Dio, mediata il più delle volte dai Superiori, il faro luminoso della sua vita.

 

38. Maddalena rimane un anno ancora « volentieri » in S. Giuseppe. Questo è il luogo del riposo del cuore, ma anche di un' attività apostolica a vasto raggio. Il viaggio a Venezia ha riacceso l'interesse per l'assistenza ospedaliera e il desiderio di venire incontro a « quelle signore veneziane » che da qualche anno tentano di organizzare i mezzi economici per « sostenere l'opera che le sgomenta » per cui si « sono determinate di formare prima un fondo cassa e poi cominciare a frequentare l'ospedale volendo esse farlo nel modo che lo fate voi altre »[51].

Intanto prega la stessa amica di Milano a voler spedire a Venezia il libretto di cui si servono per istruire le inferme [52]. Maddalena provvederà a spedire a Milano « un breve ristretto di dottrina per le inferme aggravate molto, del quale si servono in altro ospedale... Se mai fosse di vostro genio... un altro, alquanto più diffuso, per quelle che non sono aggravate; potrei mandarvi anche quello... se muoiono senza sapere quel che è da sapersi come si salveranno? »[53].

Intanto a Venezia l'Opera dei Cavanis si è trasferita dall'ex monastero dello Spirito Santo alle Zattere a S. Trovaso, nel monastero delle Eremite. Maddalena, per la sincera premura che sempre conserva per il vantaggio dell'Opera, si permette di dare consigli che ritiene indispensabili alla disciplina interna dell ' educandato[54].

Un importante incontro si verifica il 18 giugno di quest'anno 1811 tra il vicario mons. Carlo Dionisi, l'arciprete don Galvani e Maddalena: « ...ho somma premura di comunicarle nuovamente i sentimenti circa il noto affare »[55].

E l'affare è senz'altro il nascente suo Istituto, il quale non poteva godere di un libero respiro con la compresenza di un altro Istituto nascente, quello della Naudet. « Gli Istituti erano due, in apparenza consimili, ma in sostanza diversi »[56].

La divergenza si verificava nel modo pratico di educare le ragazze. A. Maddalena. sembrava che l'educazione della Leopoldina mirasse a un tipo di educazione più elevata di quanto non comportasse il livello culturale delle sanzenate.

Ma la Naudet aveva gli occhi puntati verso il futuro e aveva già, come risposta a una sua richiesta, un documento del Vicario di Cristo inviato in data 10 agosto 1810, che impartiva la benedizione apostohca sulla sua piccola unione.

 

39. A questo punto delle Memorie, significativo è il trapasso da un racconto in cui dominano vicende storiche e fatti esterni alla vita di Maddalena a una descrizione di fenomeni interiori e mistici. E’ l'anno in cui il Signore « stringe più che mai la sua anima nell'orazione ». E di questi fatti, generalmente incomunicabili, Maddalena scriverà solo ciò che riuscirà a ricordare.

 

40-42. « Una volta »: non è precisabile il tempo di questa esperienza spirituale. Sembra possa rientrare nel periodo che va dal luglio 1811 all'aprile 1812. Il tempo pare si eclissi nell'eterno. L'amore di Dio irrompe nella vita di Maddalena con tale intensità da darle l'impressione di venire sradicata da questo mondo: « quasi non avvertivo ciò che succedeva intorno a me... il mondo mi pareva polvere ». Non è nuova Maddalena a questi fenomeni. Già nel 1795 circa era avvenuto un fenomeno analogo, quando leggendo il versetto scritturale: « Inspice et fac secundum exemplar » si sentì stimolata a seguire il Crocifisso e « senza nulla comprendere, l'impressione interna fu allora tanto forte che le durò vari giorni ».

Dio è fedele a se stesso e ritorna a offrire i propri doni di grazia per i suoi disegni di amore e di misericordia. Egli prepara gradualmente l'istitutrice e la fondatrice, la rafforza nel desiderio di cercare Dio solo e di spendersi per il prossimo, i due poli unificati nell'amore divino che la brucia dentro.

 

43. « Altre volte »: la cronologia di Maddalena è sempre un po' vaga, ma è precisa e costante la direzione del suo amore: Dio e le anime. A questo punto si rivela in lei la spinta missionaria: « mi offrii al Signore di andare in qualunque luogo ». E, solita come sempre ad analizzare i propri sentimenti, pensa che questa offerta incondizionata sia un po' inquinata dalla propria presunzione. Sembra potersi leggere fra le righe la risoluzione non solo di staccarsi da luoghi, ma soprattutto da se stessa con un crescendo che è proporzionale all'intensità del suo amore per il Signore.

 

44-46. Il desiderio intenso che Dio sia glorificato mediante la salvezza di tutti gli uomini spinge Maddalena a compiere un gesto simile a quello di tanti santi (Mosè, Francesco, Ignazio di Loyola, don Orione e altri) , a offrirsi cioè al Signore di stare in purgatorio e anche all'inferno purchè « tutti gli uomini siano salvi ». Una clausola mette al Signore: di tanto in tanto le faccia sapere che in tal modo rimane servito e glorificato. Il cuore di Maddalena si apre alle dimensioni del cuore di Dio. Al di là di questa offerta, che ha il sapore dell'assurdo, ciò che si evidenzia è la forza di una carità che solo in Dio si ritrova. 

 

47. L' imitazione di Gesù Cristo è il motivo dominante della spiritualità di Maddalena. E non è un'imitazione che guarda a un modello da riprodurre con fedeltà passiva, ma un entrare nei motivi profondi che animano dal di dentro la vita di Cristo. Ciò che soprattutto intende rivivere Maddalena è guella carica di amore che ha mosso il Verbo a incarnarsi e a vivere fra gli uomini come uno di loro e a morire sulla croce per la loro salvezza. La spinta interiore a guesto tipo di imitazione è infatti preceduta da una « stretta unione interna con Dio » che Cristo le rivela e accompagnata da accesi sentimenti di amore. L 'amore è guel fuoco che Maddalena vorrebbe dilatare in tutto il mondo e in tutti i cuori.

 

48-49. La lotta spirituale, che si verifica in ogni persona che è rimasta abbagliata dalla luce di Dio e accesa del suo amore, è data dall'impotenza di non saper rispondere adeguatamente a tanta sua bontà e misericordia. Maddalena per dare una risposta concreta all'amore di Cristo Gesù pensa di « lasciare ogni cosa ». Aveva già lasciato il palazzo e l'ambiente aristocratico che la sua vita comportava. Ma l'amore guanto più cresce tanto più chiede. E pensa di lasciare anche il ritiro nel quale cominciava a godere le consolazioni di una profonda amicizia con le compagne che Dio le aveva donato e cominciava a gustare le delizie spirituali da parte del suo Sposo Gesù. Cristo la lega sempre più a e Maddalena intende distaccarsi sempre più da tutto ciò che non è Lui. 

 

50. « La gloria di Dio e la salvezza delle anime » è la passione che brucia il cuore di Maddalena. La sua vita e la Regola che consegnerà alle sue Figlie saranno improntate e motivate da questa passione. Le preoccupazioni per le « cose temporali » perdono il loro spessore, « tutto e tutti » non attirano il suo sguardo e soprattutto il suo cuore. A Dio sommamente amato abbandona « il pensiero di ogni altra cosa ». Non è Dio l'Onnipotente? Non è Padre? Non è Amico? Non è Sposo? Lui penserà e provvederà a tutto.

 

51. Accettare le umiliazioni è una disposizione che rivela fortezza, ma cercarle non può derivare che da uno « stato » di f' assoluto abbandono nelle mani di Dio nel quale l'anima sente così di aver trovato ogni suo bene. Maddalena chiede a Dio di metterla in uno stato di perfetto abbandono in Lui perchè, solo se Lui opererà questa disposizione interiore, anche le umiliazioni saranno stimate « paglia ».

 

52-53. L'amore per Dio l'aiuta inizialmente a scegliere una povertà radicale, a privarsi di tutto il suo per vivere di carità. Ma Dio per e per l'Istituto non le chiederà una povertà francescana, chiederà a lei e alle sue figlie uno spogliamento universale da tutto ciò che non è Dio, perchè Dio è  raggiungibile solo nel distacco interiore, nello svuotamento di  perchè Lui solo sia la sua vita e la sua felicità.

Il tipo di orazione infusa descritta finora da Maddalena provoca nel suo spirito una tale fortezza da sostenerla « in mezzo alle prove e difficoltà » che hanno sempre accompagnato e accompagnano, anche mentre scrive le sue Memorie, l'Istituto nascente.

 

 

 



[1] M.d.C., a mons. Pacetti, 19 agosto 1805, Ep. 11/1, p. 9.

[2] Ivi, p. 10.

[3] M.d.C., a mons. Pacetti, 19 agosto 1805, Ep. II/1, p. 9.

[4] Cfr. ivi.

[5] M.d.C., alla Durini, 28 aprile 1806, Ep. I, p. 277.

[6] M.d.C., a mons. Pacetti, 19 agosto 1805, Ep. II/l, p. 11.

[7] Ivi.

[8] G. STOFELLA, o.c., p. 193.

[9] M.d.C., a mons. Pacetti, 19 agosto 1805, Ep. II/1, p. 11.

[10] Cfr. mons. Luigi Pacetti, a M.d.C., 5 settembre 1806, ms. A2, XXXI, A.C.R.

[11] G. STOFELLA, o.c., p. 193.

[12] Ivi.

[13] ANGELA BRAGATO, Regole, Archivio Milano, I E, fasc. 9.

 

[14] M.d.C., R.s.s., P. 1a, p. 63.

[15] Ivi, p. 170.

[16] M.d.C., alla Durini, 26 giugno 1805, Ep. I, p. 256.

[17] Mons. Pacetti, a M.d.C., 5 settembre 1806, ms. autografo, A2, XXXI, A.C.R.

[18] M.d.C., alla Durini, 13 gennaio 1807, Ep. I, p. 286.

[19] M.d.C., alla Durini, 6 febbraio 1807, Ep. I, p. 288.

[20] Cfr. M.d.C., alla Durini, 5 marzo 1807, Ep. I, p. 292.

[21] M.d.C., alla Durini, 16 maggio 1806, Ep. I, p. 278.

[22] M.d.C., alla Durini, s.d., Ep. I, p. 301.

[23] M.d.C., alla Durini, 29 marzo 1807, Ep. I, pp. 293-294.

[24] M.d.C., alla Durini, 1807, Ep. I, p. 305.

[25] M.d.C., alla Durini, 22 febbraio 1806, Ep. I, p. 266.

[26] M.d.C., al march. A. Carlotti, 6 giugno 1807, Ep. II/1, p. 15.

[27] M.d.C., al march. A. Carlotti, 22 dicembre 1807, Ep. II/1, p. 32.

[28] Cfr. Ep. II/1, p. 189.

[29] M.d.C., alla Durini, 19 maggio 1808, Ep. I, p. 309. Il giorno del patrocinio di S. Giuseppe nel calendario del tempo coincideva con 1'8 maggio.

[30] G. STOFELLA, o.c., p. 212.

[31] G. STOFELLA, o.c., p. 212.

[32] M.d.C. , al marchese Bonifacio, 30 maggio 1808, Ep. III/5, p. 3907.

[33] M.d.C., a mons. Pacetti, 19 agosto 1805, Ep. II/1, p. 12.

[34] Ivi.

 

[35] M.d.C., a mons. Pacetti, 19 agosto 1805, Ep. II/l, p. 11.

[36] M.d.C., alla Durini, 25 luglio 1802, Ep. I, p. 143.

[37] NELLO DALLE VEDOVE, Dalla Corte al Chiostro, Padri Stimmatini, Verona, gennaio 1954, p. 187.

[38] Cfr. M.d.C., Ep. I, p. 304, NB.

[39] Cfr .G. STOFELLA, o.c. , pp. 230-231.

[40] NELLO DALLE VEDOVE, Vita e pensiero del B. Gaspare Eertoni, Postulazione Generale Stimmatini, P. I, Roma 1975, p. 610. 

 

[41] M.d.C., alla Durini, 13 luglio 1808, Ep. I, p. 310.

[42] G. STOFELLA, o.c., p. 224.

[43] Ivi, p. 225.

[44] M.d.C., alla Durini, 12 giugno 1804, Ep. I, p. 228.

 [45] Cfr. M.d.C., alla Durini, 5 giugno 1810, Ep. I, p. 341.

[46] M.d.C., alla Durini, 7 aprile 1810, Ep. I, p. 335.

[47] M.d.C., alla Durini, 8 maggio 1810, Ep. I, pp. 339-340.

[48] M.d.C., alla Durini, 5 giugno 1810, Ep. I, p. 341.

[49] M.d.C., alla Durini, 10 luglio 1810, Ep. I, p. 342.

[50] Cfr. M.d.C., alla Durini, 5 giugno 1810, Ep. I, p. 341.

[51] M.d.C., alla Durini, 10 luglio 1810, p. 342.

[52] Cfr. M.d.C., alla Durini, Il gennaio 1811, Ep. I, p. 352.

[53] M.d.C., alla Durini, 20 dicembre 1811,