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MEMORIE DI MADDALENA DI CANOSSA"
l. Tre o quattro volte o forse più, in questi giorni, dopo l'ultima Comunione, mi trovai durante l' orazione presa da teneri sentimenti di amore verso Dio; non ricordo, però, se tutte le volte mi portassero alla solita unione interna, come mi pare che quasi sempre, in passato, li precedesse o li seguisse.
2. In una di queste volte, benché senza unione, fu così grande la forza dell'affetto che, dovendo subito dopo andare a tavola per il pranzo comune, ero impacciata a mangiare; tuttavia, perché nessuna se ne accorgesse, mangiai quello che potei.
3. Passato quel giorno nel quale, come sempre succede in simili occasioni, mi resta come effetto di sentirmi alleggerita in ogni sorta di croci, altri giorni trascorsi con grande tranquillità nell'orazione e in tutto, insieme con una profonda cognizione della mia miseria e del mio niente, 4.sembrandomi impossibile che l'uomo possa insuperbirsi. Quanto a me, secondo il mio genio, nell'orazione sceglierei sempre questo stato, vedendo che porta all'umiltà.
5. Dopo questi giorni fui assalita da tentazioni contro la fede così violente che non ebbi la forza di fare un solo atto di fede: ogni cosa, infatti, anche quelle dette fin qui dell' orazione, mi sembrava immaginazione e pazzia. 6. Tutto mi procurava noia, non avevo voglia né di vedere né di trattare con nessuno, nemmeno con il confessore, tanto grande era il mio abbattimento.
7. Tuttavia, a causa del mio temperamento, dovendo convivere con le mie compagne e con altre persone, non lasciavo trapelare nulla all' esterno. Comprendevo però che, correggendo le compagne, ero facile a infastidirmi e impazientirmi.
8. Passato qualche giorno, mentre facevo orazione dopo la santa Comunione, mi trovai a poco a poco internamente unita con il Signore e nella Comunione Egli - come pure altra volta - andò ricordandomi molte cose passate. 9. Mi sentivo anche abbattuta vedendo l'abbandono permesso da Dio nelle cose materiali dell'Opera, e trovandomi in ogni cosa del tutto sola, ricordai più volte il testo: « Torcular calcavi solus ».
10. Egli mi faceva capire - come già altre volte - di voler essere per me assolutamente solo e come io pure a nessun altro dovessi appoggiarmi, niente altro cercare che Lui, sia per me sia per le mie compagne, richiamandomi alla mente anche l'altro testo: « De torrente in via bibet ». 11. E con ciò mi ricordava che dovevo prendere tutto di passaggio, sotto ogni rapporto, stare attaccata solo a Dio, amare e non volere altri che Lui.
12. Nell'ultima di queste esperienze di orazione, trovandomi internamente unita al Signore, benché in modo da non essere impedita nell'agire come sempre o quasi per il passato, al momento di finire o di partire dalla chiesa, fui costretta a scuotermi, quasi mi svegliassi dal sonno.
13. Quest'ultima volta, dunque, il Signore mi confermò le cose dette sopra, facendomi inoltre capire che già si tratta di poco, che con la morte tutto è finito e che mi unirò con Lui. 14. Mi venne quindi l'antico desiderio del Paradiso che, per non disobbedire, non mi ricordo di aver domandato, ma mi sentii risoluta di non curare più nessuna cosa, di abbandonarmi esclusivamente al Signore.
15. Per quanto mi ricordo, gli domandai alcune cose, ma quasi tutte spirituali, e con grande affetto gli domandai poi Lui stesso, non sapendo bene spiegare a parole che cosa intendessi, trattandosi di cosa prodotta da un certo affetto che ora non so spiegare.
16. Ricordo solamente come, avendo letto della beata Veronica Giuliani che, quando il Signore le fece delle offerte, essa gli rispose: « Voi voglio », in quel momento compresi un poco che cosa questa Santa intendesse con ciò. 17. Restai, e sono tuttora, del tutto indifferente a ciò che non è « cercare e fare solo per il Signore ».
18. In forza di questa orazione mi riesce assai più facile, sotto questo aspetto, dettare le meditazioni alle compagne impegnate nei santi Esercizi. 19. Rimasi tanto penetrata da questo sentimento che quasi temo -per modo di dire -la possibilità di avere qualche altra cosa insieme con Dio.
20. Trascorsi così qualche giorno; poi, forse a causa dei miei difetti, ritornai nella situazione di prima, perdendo a poco a poco ogni sentimento di affetto e mi trovai per alcuni giorni in tale stato di abbandono e di tentazioni contro la fede che non sapevo più che cosa fare: né nell'orazione né trattando le persone.
21. Per mio genio avrei voluto non vedere più nessuno, benché con le compagne, se si eccettua un po' di tedio, esternamente cercassi di non mostrare nulla.
22. Per un bisogno particolare decisi di fare il solito giorno di ritiro, pensando che mi sarei annoiata molto; ma di trattandosi dell'Opera, lo volli fare ugualmente.
23. La santa Comunione andò come nei giorni precedenti, ma al momento di cominciare poi l'orazione, fui assalita da uno dei soliti impeti di amore verso Dio. 24. Sulle prime, essendo ancora immersa nella mia malinconia, mancai all'obbedienza desiderando di morire e il Paradiso. Mi rimisi poi subito e passai tutta l'orazione piangendo, all'inizio per il dolore delle mancanze passate e poi con tale veemenza di affetto che persi le forze, così da restare per due giorni come se avessi avuto una gran febbre.
25. Mi si rinnovarono gli antichi desideri di operare per la gloria di Dio e di non volere altri che Lui solo: mi dovevo continuamente far violenza per non desiderare il Paradiso, e che sembrandomi di capire che ci sarebbe voluto ancora molto tempo prima di arrivarci. 26. Siccome per la forza dell'affetto mi sembrava di essere sincera, mi offrii al Signore a patire qualunque cosa per tutto il tempo che Egli avesse voluto e anche a patir sola tutte le pene dell'inferno, purché Egli mi liberasse dal cadere in qualunque colpa anche piccola e purché fosse servito.
27. Da notare tra questa e le altre volte una differenza, e cioè la lunghezza del tempo: solitamente non oltre la terza parte di un'ora e anche se dopo mi riprendeva la forza dell'affetto, era per poco; 28. ma questa volta durò un’ora e mezza, sentendomi - secondo il solito – alleggerita in ogni croce, disposta ad operare e a non volere che Dio solo.
29. Con molta ripugnanza all'ora del pasto comune dovetti mangiare, pensando di dover sostenere il corpo che, quale muro di separazione, ci divide da Dio.
PAZZIE TUTTE LE COSE PASSATE?
30. Dopo ciò, benché per la grande debolezza mi sembrasse di non poter più oltre unirmi internamente con Dio, passai – come mi sembra – giorni di paradiso; ma dubito daver commesso dei difetti. 31. Considerando l’abbondanza delle grazie ricevute in questi giorni, mi pare d’essere peggiore di prima, poiché trascorro le intere giornate con tali tentazioni contro la fede da dubitare dell’esistenza di Dio.
32. Tutto ciò che appartiene alla fede mi sembra abbia la fragile consistenza di un sogno; tuttavia continuo ad operare come se niente fosse.
33.Nell’orazione, benché ne possa fare pochissima, mi sembra quasi sempre di pregare e amare un Dio inesistente; così pure mi sembrano pazzie tutte le cose passate.
34. Una cosa sola vedo, comprendo e sento con piacere nel trovarmi in questo stato: essere completamente isolata, tanto che la mia vita interiore quanto per quella esteriore, sembrandomi di essere ormai giunta a quella situazione nella quale tante volte Dio mi ha fatto conoscere di volermi: sola con Lui solo.
35. Mi torna continuamente alla memoria il testo: “Torcular calcavi solus”. 36.Solo qualche volta sono molto afflitta, ma sempre per i motivi da me dati al Signore di trattarmi così e per vedere che non lo servo mai come Egli da me vorrebbe.
37. Essendo stata in questo periodo impegnata dall’obbedienza a scrivere le Regole dell’Istituto, per molto tempo non ebbi l’opportunità di far orazione, dovendo pure attendere agli affari dell’Opera.
38.Inoltre in questo stesso periodo mi trovai con pochissima salute, per cui quasi ogni giorno ero costretta a tralasciare la Comunione; 39. Perdetti quasi la memoria dell’orazione stessa e scrissi tutto come mi veniva alla mente, restandomi il dubbio se sia proprio il Signore a volere le cose come le ho scritte o se siano effetto del mio pensare.
40.Circa questo timore, avendo chiesto consiglio alla persona che attualmente mi dirige e alla quale avevo fatto leggere gran parte di ciò che ho scritto, fui assicurata che veramente rispondeva alla volontà del Signore.
41. Terminata la stesura, essendo ormai i primi giorni della Settimana Santa, non trovavo più il filo dell’orazione. 42. Il Venerdì, o il Giovedì Santo, volendo pregare per i bisogno della Chiesa, mi si rappresentarono per una parte i peccati comuni e per l’altra, per quanto mi ricordo, l’ingiuria che Dio riceve dal peccato. 43. Ero assai afflitta da perplessità: mentre desideravo misericordia per i peccatori, non osavo domandarla nel vedere che l’oltraggiato è Dio; se avessi potuto, non avrei fatto altro che nascondermi dalle compagne per piangere liberamente.
44. Continuando in questo sentimento, mi venne in mente di tentare un mezzo per procurare la conversione dei peccatori: scrivere due lettere ad una persona che – a mio giudizio – poteva ottenere cose da me ritenute a proposito per riuscirvi.
45.Temevo, però, di farlo, dubitando che tanto da chi scriveva quanto da chi riceveva si pensasse che le lettere erano state scritte per motivi soprannaturali. D’altra parte, però, temevo, non facendolo, di non seguire un’ispirazione che a me sembrava venire da Dio. 46. Continuai a pregare: preparai le lettere e domandai consiglio al confessore, leggendogliele e raccomandandogli semplicemente la cosa. Dal medesimo mi fu detto di spedirle, come feci.
47. Continuavo però ad essere afflitta, finché il giorno di Pasqua, per consolarmi, andavo pensando alla felicità di Dio, che da nessuno può essergli tolta o sminuita. 48. Mi si rinnovò allora la memoria del Paradiso, allo stesso modo delle altre volte, benché non tanto internamente e ricordai alcuni testi.
49.Si trattò soltanto di pensieri devoti ma superficiali; anche i desideri del Paradiso non furono intensi, suscitati più da pie riflessioni nell’orazione che infusi nell’anima da Dio, come del resto qualche altra volta. 50. Eccone alcuni: “Quemadmodum desiderat, etc”; “Videbitur Deus decorum in Sion”. E sentendo anche questa volta la pena della lontananza dal Paradiso, temendo di dover vivere ancora a lungo, andavo pensando: “Heu mihi quia incolatus meus, etc.”. 51. Quindi, abbassando gli occhi, mi vedevo in una grande oscurità: tutto ciò che è in terra mi sembrava tenebre, restandomi i soliti effetti; e quando nell’orazione riflettevo a questa oscurità, ripetevo: “Multum incola fuit anima mea”.
COMMENTO (di M. Elda Pollonara, fdcc)
1-2. Maddalena difficilmente precisa i tempi m cui si realizzano i fenomeni interiori che descrive. Lo Stofella li pone intorno all'ottobre del 1814, dopo il rientro da Verona a
S. Lucia[1].
Qui la Santa riesamina i sentimenti di amore che precedono o seguono « l'unione interna » e descrive come a volte siano così intensi da renderle subito dopo faticoso il cibarsi. La sazietà dei beni spirituali ridonda anche a beneficio del corpo.
3-4. Il cammino spirituale di Maddalena è un cammino di discesa nel suo nulla di fronte all'esperienza sempre più luminosa della grandezza di Dio. Mentre l'amore di cui il Signore la riempie le alleggerisce « ogni sorta di croci », il sentimento di umiltà, radicato nell'amore, le infonde tranquillità e pace profonda non solo nell'orazione ma anche nella vita ordinaria.
5- 7. Un'altra notte scende penosa nello spirito di Maddalena. Violente tentazioni contro la fede la immergono in un buio totale. Tutte le esperienze luminose su Dio e le gioie provate in passato le sembrano frutto di “immaginazione” e di “pazzia”. Noia, disgusto, senso di depressione accompagnano le sue relazioni con le compagne con le quali, suo malgrado, è costretta a relazionarsi. Nulla di questo violento uragano contro la fede trapela all’esterno. S. Giovanni della Croce commenta: “ … l’anima resta al buio di ogni lume naturale e razionale per salire questa divina scala della fede che ascende e penetra sino alle profondità di Dio”[2].
8-9. Il versetto biblico: “ Torcular calcavi solus” riaffiora nella memoria di Maddalena ogni volta che prove interiori ed esteriori le fanno sentire più forte il senso di solitudine in cui il Signore la getta. Tuttavia un preludio di alba si profila all’orizzonte nell’espressione “mi trovai a poco a poco internamente unita con il Signore”.
10-11. Un altro versetto biblico rifluente al suo spirito è “De torrente in via bibet “[3] Pellegrina come in un deserto senza stelle, Maddalena cammina verso un’acqua che mormora lontano e che non vede. Cristo l’aspetta al di là del deserto e la sostiene interiormente facendole capire che vuole “essere per lei assolutamente solo”.
12-14. Maddalena è in chiesa immersa nell'orazione. « Al momento di finire » scrive « fui costretta a scuotermi quasi mi svegliassi dal sonno ». Da quale mondo si sveglia? Il Signore in preghiera la conferma e la rassicura che l'alba dell'eternità non è lontana e che presto si unirà a Lui per sempre. Il desiderio del Paradiso si riaccende nel cuore e la fa decidere di abbandonarsi «esclusivamente » a Lui.
15-17. Chiese al Signore « cose quasi tutte spirituali ». Ma al di sopra di ogni altra cosa chiese « Lui stesso », ad imitazione di santa Veronica Giuliani di cui aveva letto la vita. In effetti voleva in questa terra « cercare e fare solo per il Signore » ma sempre con Lui nel cuore. « Voi voglio! » era il grido della santa cappuccina che le risuonava dentro, perché anche suo.
18-19. Le nasce dentro il timore che possa frapporsi tra lei e il Signore qualche cosa che non sia Lui solo. « Dio solo è l'eredità, il testamento, la ricchezza, la sapienza di Maddalena,
e il "Dio solo" è l'ideale e il motto del suo Istituto »[4].
20-21. Ritorna la notte. Ancora tentazioni, ancora tedio, ancora difficoltà di relazioni esterne. Così spiega san Giovanni della Croce questa alternanza di luce e tenebre, di consolazioni divine e prove interiori: « E’ chiaro che la fede è notte oscura per l'anima e come notte la illumina. E quanto più la oscura, tanto più di sua luce le infonde, poiché accecando dà luce, secondo il detto di Isaia: Se non crederete, non avrete luce »[5].
22. Siamo a metà gennaio del 1815. Maddalena decide di fare il ritiro mensile più per amore dell'Opera che per un suo personale profitto spirituale.
Qual era il problema che la preoccupava? Era la fine che , avrebbero fatto i monasteri soppressi da Napoleone dopo il Congresso di Vienna (9 giugno 1815) e di conseguenza la fine del monastero di S. Lucia a Venezia e di S. Giuseppe a Verona. Così in data 7 gennaio 1815 aveva scritto al fratello chiedendo consiglio sul da farsi: « Già sapete aver io preso in affitto questo monastero di S. Lucia nella speranza... di poterlo ottenere gratuitamente e stabilmente dal governo. attuale... Vengo pressata, per non dirvi obbligata, a maneggiarmi perché questa località alla conclusione del Congresso non venisse destinata per le religiose ». Nove monache, delle più numerose espulse da S. Lucia, attendevano il rientro. Così Maddalena continua: «Vorrei mi consigliaste cosa giudichereste meglio che io facessi ». Alla fine così conclude: « ...siccome il Signore ha fatto tutto in quest'Opera Egli solo, servendosi di me per formula, così in questa idea che alla vostra pietà e amicizia comunico, Dio solo farà tutto se sarà vero, come io ho dovere di credere, che la voglia realizzare... sono tanto avvezza a veder fatto tutto dal Signore solo, che temo sempre da parte mia di guastare i suoi disegni »[6].
23-24. Entrata nel ritiro con l'idea che si sarebbe molto annoiata per avere la mente tutta immersa nell'affare pendente dell'Opera, Maddalena durante l'orazione rimane presa, anzi « assalita da uno dei soliti impeti di amore verso Dio ». Il Signore l' aspettava per dissipare la sua malinconia e per scioglierla in un pianto di pentimento e di risposta al suo amore così acceso « da restare per due giorni come se avesse avuto la febbre ».
25-26. Con il desiderio rinnovato del Paradiso, che peraltro avverte questa volta ancora lontano, si evidenzia nella vita interiore di Maddalena un segno di notevole progresso spirituale. Le ripetute visite del Signore purificanti ed anche esaltanti hanno maturato in lei una insolita disponibilità al patire. Si offre infatti « a patire qualunque cosa per tutto il tempo che Egli avesse voluto ». E ciò che più stupisce, « a patire sola », cosa che aveva sempre aborrito. Poi in un crescendo di intensità di amore, comune a pochi Santi, si offre a soffrire « tutte le pene dell'inferno purché Egli... fosse servito ». E per sé che cosa chiede? Di essere liberata « dal cadere in qualunque colpa ». E’ il cammino di una purificazione e di una trasparenza interiore dietro cui si intuiscono i lineamenti dello Sposo a cui spesso brama identificarsi.
27 -29. Maddalena verifica un progresso evolutivo nella sua orazione. Se in passato i fenomeni di intimità con Dio duravano venti minuti circa, ora durano « un'ora e mezza ». Gli effetti che ne conseguono sono una maggiore fortezza nel portare ogni tipo di croce, voglia di operare, ma soprattutto voglia di “ Dio solo”. Il corpo le serve di impaccio, una specie di muraglia tra lei e la definitiva visione di Dio.
30-31. Dopo gli stati d’animo descritti, di offerta a Dio e di ineffabili trasporti d’amore, sembra a Maddalena di aver raggiunto il culmine dell’unione interna con Dio e trascorre giorni di Paradiso. Ma confrontando quei giorni con lo stato attuale si scopre “peggiore di prima”. Il sole di Dio che l’aveva inondata e favorita ha messo maggiormente in evidenza il suo stato naturale di umana fragilità e l buio della notte che nuovamente l’attende.
32. Di nuovo affiorano e incalzano le tentazioni contro la fede, infatti, le pare che abbia “la fragile consistenza di un sogno”. La nota caratteristica di questa rinnovata prova è una maggiore fortezza interiore. Esternamente Maddalena nulla lascia trapelare e continua “ad operare come se niente fosse”. La presenza-assenza di Dio la sostiene, a sua insaputa, con la sua grazia.
33. Se Dio è il “nulla” di tutto ciò che esiste e la sua realtà sfugge alla comprensione di ogni nostra potenza naturale[7], la fede non ha sostegno se non nel consenso dell’anima a ciò che entra per l’udito[8]. Nulla di più tremendo per Maddalena che pregare un Dio che “sembra” inesistente. Ella vive questa orribile esperienza e sente che con Dio tutto crolla dentro di lei. Ma ciò che è da sottolineare nella descrizione di questi stati d’animo è il ripetersi frequente del verbo “mi sembra”. In effetti è solo un sembrare di pregare e amare un Dio inesistente. Basta infatti una Comunione sacramentale o un tempo più prolungato di orazione per vedersi aprire all’improvviso orizzonti di luce e accendere un fuoco d’amore ad altissima temperatura. Ma intanto guardando rettrospettivamente il passato (e ritorna il verbo “sembrare”), “tutte le cose le sembrano pazzie”. Così in simili stati si esprime santa Teresa: “L’intelligenza si offuscava, mi dibattevo fra mille dubbi ed ansietà sino a parermi di non aver saputo comprendere quello che era avvenuto in me e che forse era tutto illusione”[9]. E Teresa non era indietro nelle vie dello spirito!
34. In questi momenti di tenebre una sola consolazione: la solitudine. Così ancora Teresa: “Quando ero in questo stato…non volevo vedere, né parlare con alcuno, ma starmene sola con il mio tormento che mi pareva la gioia più grande di quante ve ne fossero nel creato"[10].
“Sola con Lui solo” è per Maddalena la luce che tante volte le aveva infuso nel cuore lo stesso Signore ed è l’oasi a cui approda ogni tanto nel deserto della vita.
35-36. I momenti di solitudine e di tenebre Maddalena nei suoi esami di coscienza li attribuisce non a un lavoro misterioso e trasformante di Dio, ma a “motivi” che lei stessa offre al Signore, non servendolo mai come Lui vorrebbe. “L’esame di coscienza nei rapporti verso Dio” così scrive il Piccari a suo riguardo “svela nella maniera più semplice e concisa i tratti caratteristici dell’anima di questa Madre umile e zelante”[11].
37. Dopo il primo abbozzo delle Regole dettate a don Federico Bonlini dall’aprile all’agosto del 1812 durante il secondo soggiorno a Venezia[12], Maddalena in questo periodo, che va dalla fine del 1814 al settembre del 1815, in obbedienza al Pacetti dà compimento alle Regole all’insaputa delle compagne[13].
Della revisione e della definitiva stesura delle Regole si ha conferma da due testimonianze di compagne contemporanee alla Canossa, Betta Mezzaroli[14] e Anna Rizzi. Quest’ultima così depone: “…si trovava [Maddalena] in quell’epoca a Venezia… compose le Regole e [dispose i] rami dell’Istituto”[15].
Nel settembre del 1815 le Regole erano già in mano a mons. Pacetti che scrive alla Canossa: “Vengo vedendo le sue Carte . Non ci trovo che due piccolissime cose. Le lascio stare tal quali perché sono nel timore che Dio così le voglia e però si farà conoscere con chi fa le sue veci. Mi consolo peraltro di tutto che va benissimo e ne sento una vera compiacenza spirituale”[16].
Chi fossero i segretari si sa da una lettera di Maddalena scritta alla Bernardi qualche anno più tardi: “Non posso neppure oggi scrivere… essendo sempre occupata per dare ordine a quelle Carte che abbiamo scritto Bonlini, lei ed io”[17].
38-40. Nello stesso periodo in cui porta a termine le Regole, la salute è malferma, i tempi di preghiera sono sospesi tanto, come lei stessa conferma, da perdere “quasi la memoria dell’orazione”.
Riguardo al completamento delle Regole dell’Istituto, Maddalena modestamente dichiara di aver scritto tutto “come le veniva alla mente”, mentre il Bonlini, segretario, depone che dettava le Regole come se “le sortissero dallo spirito del Signore”[18]. Anche alla Durini scriverà più tardi.“…vi confesso che trovava una cosa prodigiosa quando mi veniva detto che le Carte andavano bene. Io ho scritto quel poco che mi venne in mente scrivendo con la poca esperienza di pochi anni in cui sono in questa vocazione, senza abilità di cognizioni, ma anche senza quiete, mandando poi tutto alla persona che sapete perché le rivedesse e le correggesse”[19].
Padre Marini da Cadore a cui si rivolge, nel dubbio che quanto ha dettato sia volere di Dio o effetto dei suoi pensieri, la rassicura che corrisponde alla volontà del Signore . E lo stesso mons. Pacetti così confermerà: “Ho finito di vedere le Carte [Regole].Vanno benissimo fuori di due piccole cose che le accennai, ma che credo di lasciare per meglio conoscere la volontà del Signore… Mi sono compiaciuto che niente sia stato omesso. Benediciamone il Signore che le abbia dato lume”[20].
41-43. Maddalena dà “compimento” alle Regole la domenica delle Palme. Era il 19 marzo 1815. Poteva emettere un lungo sospiro di sollievo, non solo perché desiderava far pervenire con sollecitudine a mons. Pacetti il lavoro ormai finito, ma soprattutto perché poteva riprendere “il filo dell’orazione”.
Nei primi giorni precedenti alla festa di Pasqua (26) marzo), si rituffa nella preghiera. Angosciata e commossa supplica il Signore di usare la sua infinita misericordia sui tanti e così gravi peccati che nel mondo si commettono.
Sullo sfondo storico, Napoleone con i cento giorni di trionfo si prepara a nuovi stermini e a versare nuovo sangue umano.
44-46. La lettera che Maddalena scrive dietro consiglio del suo confessore, dal quale desidera conferma della ispirazione che le sembra venire dall’alto, è indirizzata in data 25 marzo 1815, vigilia di Pasqua, al conte Giacomo Mellerio, direttore della Cancelleria morava, a diretto contatto con l’Imperatore Francesco I.
Molti dei pensieri espressi nella lettera che segue si ritrovano come oggetto di preghiera di quella Settimana Santa. Così scrive: “ …essendomi tanto nota la di lei pietà… spinta dalla premura di una particolare orazione… che fu caldamente raccomandata secondo la mente e l’intenzione dell’ottimo e Augusto nostro Sovrano [Francesco I] mi sono determinata di farlo… le confesso spaventarmi unicamente il giustissimo sdegno di Dio troppo irritato dai nostri comuni peccati. Non vi ha dubbio che l’orazione… non abbia in ogni tempo disarmato il braccio del Signore… è una gran pena vedere tante anime, incamminandosi all’eterna perdizione, riempire sempre più coi peccati il Calice della divina giustizia e insieme con la loro perdita attirare intanto nuovi castighi”[21].
47-48. L’afflizione che aveva accompagnato Maddalena per tutta la Settimana Santa considerando l’ingiuria che Dio riceve dai peccati degli uomini, non si placa con lo scampanio festoso del giorno di Pasqua. Neppure il pensiero della felicità eterna e intramontabile di Dio riesce a tramutare la sua tristezza. “L’ingiuria che Dio riceve dal peccato” (n. 43) attanaglia il suo spirito come in una morsa e, se avesse potuto farlo senza essere notata, avrebbe pianto per la veemenza del dolore.
49-51. Maddalena confronta i pensieri “devoti ma superficiali” che ha del Paradiso in questo giorno di Pasqua con quelli passati, “infusi nell’anima da Dio”, e rimane come un assetato di fronte a un’acqua dipinta. Dio, Cielo, Paradiso sono ancora lontani e grida con il salmista: “Come la cerva anela ai corsi d’acqua…”[22]. “Beato chi decide nel cuore il santo viaggio. Passando per la valle del pianto la cambia in una sorgente. Cresce lungo il cammino il suo vigore finché compare davanti a Dio in Sion”[23]. E ancora: “Misero me che sono come un esiliato”[24].
Il cielo è desiderabile, ma per ora irraggiungibile, la terra è avvolta “in una grande oscurità”. E’ il canto dell’esule in terra non propria.
[1] Cfr. G. STOFELLA, o.c., p. 296
[2] San GIOVANNI DELLA CROCE, o.c., p. 69
[3] Sl. 110, 7.
[4] T.M. PICCARI, o.c., p. 13.
[5] San GIOVANNI DELLA CROCE, o.c., p. 75.
[6] M.d.C., al march. Bonifacio, 7 gennaio 1815, Ep. I, pp. 553-555.
[7] Cfr. SAN GIOVANNI DELLA CROCE, o.c., p. 73.
[8] Cfr. Rm. 10,17.
[9] Santa TERESA DI GESU’, o.c., p. 293.
[10] Ivi, p. 287.
[11] T.M. PICCARI, o.c., p. 442.
[12] Cfr. T.M. PICCARI, o.c., pp. 856-857.
[13] Cfr. Mons. Pacetti, a M.d.C., 9 luglio 1814, Ep. II/1, p. 197.
[14] Cfr. T.M. PICCARI, o.c., p. 376.
[15] Cfr. ivi, p. 847.
[16] Mons. Pacetti, a M.d.C., 21 Settembre 1815, ms. A2, XXXI, A.C.R.
[17] M.d.C., alla Bernardi, 30 gennaio 1819, Ep. III/1, p. 242.
[18] F. Bonlini, in T.M. PICCARI, o.c., p. 857.
[19] M.d.C., alla Durini, 19 novembre 1816, Ep. I, p. 458.
[20] Mons. Pacetti, a M.d.C., 1 ottobre 1815, ms. A2, XXXI, A.C.R.
[21] M.d.C., al conte G. Mellerio, 25 marzo 1815, Ep. II/2, pp. 1317-1318.
[22] Sl. 41,1.
[23] Sl. 83,6-8.
[24] Sl. 119,5.
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